I fondamenti antropologici delle questioni bioetiche

 

 

 

Nella prima metà del XX secolo l’uomo occidentale comincia ad accorgersi di qualcosa di sorprendente: il modo tradizionale di ragionare (procedere in modo lineare da causa ad effetto), gli strumenti concettuali tradizionali (parole, categorie di pensiero) mostrano limiti e inadeguatezza a fronte di situazioni storicamente nuove, mai verificatesi in precedenza. Basta pensare che un tempo non lontano, in seguito a gravi traumi cerebrali, si moriva; oggi si può vivere anche per molti anni grazie al supporto dell’alimentazione/idratazione artificiale.

I filosofi ci avevano avvertiti, fin dalla prima metà del novecento, quando ancora l’espressione organismi geneticamente modificati (OGM) o procreatica[1] non era neppure all’orizzonte, che nel mondo della scienza e della tecnica era in corso una vera rivoluzione scientifica e culturale, non solo un accrescimento di conoscenza[2]. Cosa stava accadendo?

Da un lato si intravedeva una spontanea convergenza tra differenti discipline scientifiche, il cui esito oggi è la base della velocità del progresso nella conoscenza genetica, si pensi al connubio tra informatica e biologia, la bioinformatica, che ha permesso di progettare e realizzare il Progetto Genoma Umano.

Dall’altro, la biologia, focalizzato il suo interesse sulla cellula e/o parti di essa (biologia molecolare), è risultata capace non solo di descrivere i processi biologici, tra cui quello della riproduzione di un organismo, ma anche di correggerli, modificarli, fino a costruire organismi con caratteristiche non presenti in natura nella specie cui appartiene (OGM). Ma, e qui sta il carattere rivoluzionario, occupatasi di cellule anziché dell’organismo nel suo insieme, a poco a poco, la biologia molecolare ha mostrato che la separazione tra regni (vegetale, animale e umano) era ormai superabile e superata: quello che si può fare su cellule animali, in particolare  di mammiferi, si può fare su cellule umane. Il superamento di questa barriera è ciò che ha reso possibile trasferire nell’uomo le tecniche di fecondazione in vitro (FIV), nate per selezionare o modificare razze animali.

Lo conferma il fatto che, quando nel 1997 nasce Dolly la prima pecora clonata, le reazioni a livello mondiale non sono state all’insegna del bloccare la clonazione animale, ma dell’urgenza di un divieto universale della clonazione umana. Si percepisce che la procedura per una FIV per ottenere un organismo animale e un organismo umano è la stessa; che il linguaggio descrittivo è lo stesso, perché si opera a livello di cellule. Ma porre in essere un organismo umano resta pur sempre qualcosa di diverso dal produrre un vivente non umano.

La procreazione non è riducibile al semplice riproduzione. Da sempre, per dire nel linguaggio ordinario il nascere dell’uomo, si usano anche parole specifiche: generare, procreare, concepire. L’animale non concepisce.

Dopo la scoperta della struttura molecolare del DNA, la doppia elica, si comincia a percepire di poter intervenire nel processo generativo selezionando, modificando la natura genetica dell’organismo generato in vitro. Questa semplicità del fare biotecnologico, insieme alla sua invasività nell’ambito del nascere, hanno mostrato la problematicità della questione, emblematico esempio la procreazione in laboratorio: nessuna disciplina si mostrava in grado di poter esaurire tutte le problematiche in gioco.

Ecco che, in tale contesto, un ricercatore americano[3], oncologo, avverte la necessità di una conoscenza strutturata in modo sistematico, una nuova disciplina, tale che potesse affrontare con strumenti adeguati le nuove questioni che fare tecnologico e biotecnologie rendevano ormai realizzabile; a questa disciplina dà il nome di bioetica. La nuova scienza nel pensiero di Van Potter doveva avere due caratteristiche essenziali essere sapienza e ponte,  rivoluzionarie anch’esse, se pensiamo che la separazione tra sapere scientifico e sapere antropologico, indotta dal positivismo, si era ormai consolidata. Essere sapienza significa saper individuare la posta in gioco nella questione in esame, a partire da tutte le sue angolature, quindi valori e principi che la determinano; essere ponte significa riconoscere la specificità dell’essere umano. Saper comprendere che il seguire le procedure biologiche  a livello di cellule resta pur sempre un partecipare all’evento del venire al mondo, del nascere di un nuovo uomo, quando si attiva la formazione di un nuovo organismo in un vetrino di laboratorio. Parimenti e specularmente, saper riconoscere l’uomo nel paziente che vive uno stato ben particolare di vita, privo delle capacità intellettive e relazioni proprie dell’individuo umano, per inventare la giusta relazione con lui.

In altre parole, la bioetica nasce dalla consapevolezza che siamo in presenza di una sfida culturale che non può essere ignorata. Non è possibile affrontare in modo serio e con probità intellettuale una questione peculiare della bioetica, se non la si avvicina con questa attenzione volta ad integrare il livello descrittivo delle scienze sperimentali con il livello antropologico delle scienze dell’uomo. La bioetica delle origini non ha aggettivazioni, è il modo scientifico per salvaguardare la differenza tra l’animale e l’uomo, differenza che storicamente è sempre stata riconosciuta ed affermata, se pure in modo differente a seconda delle epoche e delle culture concrete. Il compito che spetta alla cultura tecnologica è proprio quello di indicare la presenza dell’uomo là dove la biologia vede solo cellule o viventi privi di capacità attuali tipicamente umane.

Allora la bioetica rappresenta il luogo in cui si gioca tale sfida, perché nelle decisioni che si prendono sia sul piano teoretico nei vari dibattiti tra studiosi e  a livello di opinione pubblica, sia sul piano pratico, nella clinica come nel laboratorio, vengono a delinearsi valori e principi della nuova società. Di qui la necessità per l’uomo occidentale di formarsi la capacità di discernimento per un’assunzione di responsabilità individuale e sociale, grazie ad una riflessione ed un confronto dialettico in vista della costruzione di fondamenti antropologici per la nuova civiltà tecnologica.

 

Mariella Lombardi Ricci

Prof. a contratto di bioetica, Univ. Cattolica di Roma (sede di Torino)



[1] È una delle formulazioni per indicare quell’insieme di tecnologie che consentono di ottenere il concepimento di un essere umano, non possibile in seguito ad un atto unitivo, mediante una fecondazione in vitro. Altre espressioni sono: procreazione (o fecondazione) assistita (o artificiale), medicina (o biologia) della riproduzione, medicina procreativa, assistenza medica alla procreazione, segno della difficoltà ad esprimere in linguaggio non scientifico, cioè descrittivo e univoco, ma proprio della vita quotidiana la generazione di un figlio mediante atti tecnici.

[2] Occorreva, dicevano, che l’uomo occidentale proseguisse sì sulla strada del potenziamento della sua capacità di intervento sulla natura, ma era altrettanto importante e anche urgente che imparasse a controllare questo potere, indicando la strada da percorrere. Il rischio che Ellul (La tecnica, rischio del secolo, Giuffrè, Milano 1999, or. 1954) intravedeva era che la tecnica avrebbe finito per evolversi in modo autonomo, passo dopo passo la via sarebbe stata tracciata dalla possibilità tecnica di fare questo o quello. Basta leggere Huxley (Il mondo nuovo, Mondatori, Milano 1991, or. 1958) per veder descritto un quadro che non è molto discosto dalla realtà attuale.

[3] Per la prima volta, Bioetica. Un ponte verso il futuro, 1971.