Pillola RU-486; l’abortivo chimico: Scheda informativa

 

RU-486? La sigla corrisponde al numero di codice attribuito alla molecola, in fase sperimentale, dalla ditta francese Roussel Uclaf, che l’ha cercata e sintetizzata nel 1980 in Francia. Il prodotto è stato presentato due anni dopo all’Accademia delle Scienze dal prof. Etienne-Emile, che poco dopo ne iniziava la sperimentazione in una clinica universitaria di Ginevra. Il 23 settembre 1988 ne fu autorizzata l’immissione nel mercato francese. Un mese dopo, tuttavia, a causa delle violente proteste dei movimenti pro-life, il farmaco fu ritirato dal commercio, ma presto riammessovi con tutti gli onori dal ministro socialista della Sanità, Claude Evin, che lo proclamò addirittura “proprietà morale delle donne”. In realtà la proprietà rimase per il 36% nelle mani del governo francese e per il restante 64% in quelle della ditta tedesca Hoechst. 

 E’ chiamata “pillola” anche questa, ma è bene non fare confusione. Essa, infatti, differisce radicalmente dalla cosiddetta “pillola del giorno dopo” (“dopo” il rapporto “a rischio”), che l’ha preceduta e che già da tempo è in commercio in Italia col nome di Norlevo. E’ questo, infatti, un potente ormone progestinico (levonorgestrel) qui utilizzato non a scopo curativo, ma per evitare la gravidanza (nel 95% dei casi) con un triplice possibile meccanismo: a) inibizione dell’ovulazione, b) ostacolo al transito dell’embrione lungo la tuba, c) blocco dell’annidamento nella mucosa uterina. Nel singolo caso non sarà possibile  stabilire se, a seconda dell’interazione col ciclo ovarico, avrà prevalso l’eventuale effetto anticoncezionale (a) o quello abortivo (b e c).

 Al contrario la molecola RU486 (nome generico mifepristone) è stata studiata e prodotta al preciso scopo di inibire, in quanto antagonista specifico degli specifici recettori miometriali ed endometriali, il progesterone, cioè l’ormone indispensabile per l’”annidamento” dell’embrione nella mucosa uterina ed il proseguimento della gravidanza. A differenza della molecola precedente si tratta perciò di un farmaco esclusivamente abortivo, usato per interrompere una gravidanza precoce, vale a dire entro 49 giorni (sette settimane) dall’ultima mestruazione (che precede il concepimento di 14 giorni). Il mifepristone uccide quasi sempre l’embrione, che tuttavia è espulso solo in una piccola minoranza dei casi. Per questa ragione il protocollo contempla la somministrazione, dopo due giorni, di un secondo farmaco, un analogo sintetico delle prostglandine: il misoprostolo, che, provocando vivaci contrazioni dell’utero, ne espelle il contenuto.    

 Del protocollo esistono alcune varianti, tutte egualmente efficaci. Quella proposta dal “Profilo di assistenza” del Servizio Sanitario regionale dell’Emilia Romagna (link) è il seguente:

Primo giorno:  mifepristone per bocca, 1 compressa da 200 mg (in altri protocolli 600 mg = 3 compresse). Nel 3% dei casi segue aborto completo. Negli altri casi misoprostolo per via orale, 200 microgrammi (1 compressa), o vaginale (più efficace) 800 microgrammi il terzo giorno. Collaborando col precedente, il farmaco ammorbidisce ulteriormente la consistenza del collo dell’utero e provoca efficaci contrazioni della sua muscolatura. Nell’attesa della fase espulsiva iniziano i sintomi, la cui incidenza è così valutata dalla Food Drug Administration U.S.A): dolori addominali, che necessitano in genere di analgesici,  nel 96% dei casi,  nausea nel 61%, cefalea nel 31%, vomito nel 26%, diarrea, talvolta  grave, nel 20%, vertigini nel 12%, senso di affaticamento nel 10%, lombalgie nel 9%. Tutti questi sintomi sono essenzialmente legati all’azione del misoprostolo. Come in ogni caso d’aborto è previsto sanguinamento vaginale più intenso di quello di una normale mestruazione. Secondo una ricerca statunitense esso può prolungarsi per 30 giorni e più nel 9% dei casi (Irving M. Spitz et al. New England Journal of Medicine, NEJM 338, 1241-1247, 1998). In qualche caso l’emorragia può essere così intensa da richiedere trasfusioni di sangue e persino trattamento chirurgico. Vanno anche considerate le conseguenze emotive e psicologiche a breve e lungo termine. Quelle immediate sono legate al coinvolgimento responsabilizzante che è quasi totalmente trasferito dal medico alla donna, alla quale si chiede di gestire da sola l’intero processo, sino all’eventuale riconoscimento dell’embrione (2-4 mm) nel materiale ematico via via espulso. Disagi e pericoli per l’integrità psicologica della donna sono stati denunciati recentemente in Italia dal prof. Piergiorgio Crosignani, uno dei primi a sperimentare la pillola Ru-486 nel nostro Paese, secondo il quale il prolungamento dell’aborto per più giorni “è penosissimo (“Pillola abortiva RU-486. 20 anni fa prima  sperimentazione in Italia”, ANSA, 28 novembre 2005).

  Circa il giudizio comparativo dell’uso della Ru-486 rispetto all’aborto chirurgico la valutazione è controversa. Secondo un sondaggio presentato all’81° Congresso Nazionale della SIGO (Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia), Bologna 20-24 settembre 2005, il 65% di un’ampia coorte di ginecologi italiani non obbiettori di coscienza si è dichiarato favorevole al metodo chimico, purché eseguito in ospedale. A parte la durata della degenza, con l’uso del farmaco sarebbero minori sia i rischi sia i disagi e sarebbe ridotto l’utilizzo delle strutture ospedaliere. Il vincolo ospedaliero, tuttavia, sembra difficile da rispettare, trattandosi di procedura prolungata e che si svolge a tappe. Non si può sapere in anticipo se e quando avverrà lo “svuotamento” completo dell’utero, che ne segna il termine. C’è chi insinua che l’orientamento favorevole sia spesso influenzato da un desiderio, più meno conscio, di liberarsi di un impegno professionale gravoso e stressante che per di più tende ad aggravarsi. Lo confermerebbe la tendenza di non pochi operatori a trasferirsi fra gli obbiettori di coscienza, che in Italia si calcola siano oltre il 50%. Non mancano, d’altra parte, altrettanto qualificati pareri contrari. Così, ad esempio, in un editoriale il prof. M. Greene, direttore d’ostetricia al Massachusetts General Hospital di Boston, sostiene che la mortalità per aborto con  RU-486 sarebbe 10 volte maggiore rispetto a quella chirurgica (NEJM 353, 2317-2318, 2005). Si tratta, in verità, di numeri esigui, ma non per questo, si sostiene, non trascurabili, poiché si riferiscono ad interventi non curativi, eseguiti a richiesta su persone sane. Sino ad oggi i casi di morte nel mondo occidentale, raccolti con non poche difficoltà in un clima di non collaborazione, sono stati 13, la maggior parte dei quali negli Stati Uniti, ma anche in Canada e in Europa. I decessi sono stati spesso attribuiti ad un’infezione da Clostridium sordelli, abituale commensale della mucosa vaginale. L’infezione sembra possa svilupparsi con modalità poco sinomatiche. Il meccanismo patogenetico rimane oscuro. E’ stata ipotizzata un’azione immunodepressiva del farmaco.

 In Cina, dove com’è noto esiste una pianificazione dell’aborto per il controllo delle nascite, la RU-486, “clonata” in proprio da quella francese, è stata immessa nel mercato fin dal 1992 ed utilizzata su vasta scala. Non sono stati denunciati incidenti, ma è un fatto che nell’ottobre 2001 il farmaco è stato ritirato dalle farmacie per limitarne l’uso esclusivamente in ospedali selezionati, sotto controllo medico. Anche in India il prodotto è ampiamente utilizzato allo scopo. Sono riferiti dati statistici, ma non inconvenienti. Poco è dato sapere sull’uso del farmaco in altre parti del mondo; specie in quelle depresse. Per quanto riguarda le non poche controindicazioni, si veda nel protocollo Emilia Romagna (link) dove sono accuratamente segnalate.

  Considerati gli effetti indesiderati, certi o possibili, sembrerebbe auspicabile che l’intero protocollo si svolga sotto controllo medico. Un controllo obbligatorio è ad ogni modo prestabilito in quattordicesima giornata, onde accertare il completo svuotamento della cavità uterina. In caso contrario (3-5%) si rende ovviamente necessaria la revisione chirurgica di cavità (raschiamento). 

 

Dottor Patrizio Calderoni

Dirigente medico di 1° livello

Unità operativa di Medicina dell’Età Prenatale

Policlinico S.Orsola-Malpighi Bologna