|
Pillola RU-486; l’abortivo
chimico: Scheda informativa RU-486? La sigla corrisponde al numero di codice
attribuito alla molecola, in fase sperimentale, dalla ditta francese Roussel Uclaf, che l’ha cercata e
sintetizzata nel E’ chiamata
“pillola” anche questa, ma è bene non fare confusione. Essa, infatti, differisce
radicalmente dalla cosiddetta “pillola del giorno dopo” (“dopo” il rapporto “a
rischio”), che l’ha preceduta e che già da tempo è in commercio in Italia col
nome di Norlevo. E’ questo, infatti,
un potente ormone progestinico (levonorgestrel)
qui utilizzato non a scopo curativo, ma per evitare la gravidanza (nel 95% dei
casi) con un triplice possibile meccanismo: a) inibizione dell’ovulazione, b) ostacolo
al transito dell’embrione lungo la tuba, c) blocco dell’annidamento nella
mucosa uterina. Nel singolo caso non sarà possibile stabilire se, a seconda dell’interazione col
ciclo ovarico, avrà prevalso l’eventuale effetto anticoncezionale (a) o quello abortivo
(b e c). Al contrario la
molecola RU486 (nome generico mifepristone)
è stata studiata e prodotta al preciso scopo di inibire, in quanto antagonista
specifico degli specifici recettori miometriali ed endometriali, il
progesterone, cioè l’ormone indispensabile per l’”annidamento” dell’embrione
nella mucosa uterina ed il proseguimento della gravidanza. A differenza della
molecola precedente si tratta perciò di un farmaco esclusivamente abortivo, usato per interrompere una gravidanza precoce, vale a dire entro 49
giorni (sette settimane) dall’ultima mestruazione (che precede il concepimento
di 14 giorni). Il mifepristone uccide
quasi sempre l’embrione, che tuttavia è espulso solo in una piccola minoranza
dei casi. Per questa ragione il protocollo contempla la somministrazione, dopo
due giorni, di un secondo farmaco, un analogo sintetico delle prostglandine: il misoprostolo, che, provocando vivaci
contrazioni dell’utero, ne espelle il contenuto. Del protocollo esistono
alcune varianti, tutte egualmente efficaci. Quella proposta dal “Profilo di
assistenza” del Servizio Sanitario regionale dell’Emilia Romagna (link) è il
seguente: Primo giorno: mifepristone
per bocca, 1 compressa da 200 mg (in altri protocolli 600 mg = 3 compresse). Nel
3% dei casi segue aborto completo. Negli altri casi misoprostolo per via orale, 200 microgrammi (1 compressa), o
vaginale (più efficace) 800 microgrammi il
terzo giorno. Collaborando col precedente, il farmaco ammorbidisce
ulteriormente la consistenza del collo dell’utero e provoca efficaci
contrazioni della sua muscolatura. Nell’attesa
della fase espulsiva iniziano i sintomi, la cui incidenza è così valutata dalla
Food Drug Administration U.S.A):
dolori addominali, che necessitano in genere di analgesici, nel 96% dei casi, nausea nel 61%, cefalea nel 31%, vomito nel
26%, diarrea, talvolta grave, nel 20%,
vertigini nel 12%, senso di affaticamento nel 10%, lombalgie nel 9%. Tutti questi
sintomi sono essenzialmente legati all’azione del misoprostolo. Come in ogni
caso d’aborto è previsto sanguinamento vaginale più intenso di quello di una
normale mestruazione. Secondo una ricerca statunitense esso può prolungarsi per
30 giorni e più nel 9% dei casi (Irving
M. Spitz et al. New England Journal
of Medicine, NEJM 338, 1241-1247, 1998). In qualche caso l’emorragia può
essere così intensa da richiedere trasfusioni di sangue e persino trattamento
chirurgico. Vanno anche considerate le conseguenze emotive e psicologiche a
breve e lungo termine. Quelle immediate sono legate al coinvolgimento
responsabilizzante che è quasi totalmente trasferito dal medico alla donna,
alla quale si chiede di gestire da sola l’intero processo, sino all’eventuale
riconoscimento dell’embrione (2- Circa il giudizio
comparativo dell’uso della Ru-486 rispetto all’aborto chirurgico la valutazione
è controversa. Secondo un sondaggio presentato all’81° Congresso Nazionale
della SIGO (Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia), Bologna 20-24
settembre 2005, il 65% di un’ampia coorte di ginecologi italiani non obbiettori
di coscienza si è dichiarato favorevole al metodo chimico, purché eseguito in ospedale. A parte la durata della degenza, con
l’uso del farmaco sarebbero minori sia i rischi sia i disagi e sarebbe ridotto
l’utilizzo delle strutture ospedaliere. Il vincolo ospedaliero, tuttavia,
sembra difficile da rispettare, trattandosi di procedura prolungata e che si
svolge a tappe. Non si può sapere in anticipo se e quando avverrà lo
“svuotamento” completo dell’utero, che ne segna il termine. C’è chi insinua che
l’orientamento favorevole sia spesso influenzato da un desiderio, più meno
conscio, di liberarsi di un impegno professionale gravoso e stressante che per
di più tende ad aggravarsi. Lo confermerebbe la tendenza di non pochi operatori
a trasferirsi fra gli obbiettori di coscienza, che in Italia si calcola siano
oltre il 50%. Non mancano, d’altra parte, altrettanto qualificati pareri
contrari. Così, ad esempio, in un editoriale il prof. M. Greene, direttore d’ostetricia al Massachusetts General Hospital di Boston, sostiene che la mortalità
per aborto con RU-486 sarebbe 10 volte
maggiore rispetto a quella chirurgica (NEJM 353, 2317-2318, 2005). Si tratta, in
verità, di numeri esigui, ma non per questo, si sostiene, non trascurabili,
poiché si riferiscono ad interventi non
curativi, eseguiti a richiesta su persone sane. Sino ad oggi i casi di
morte nel mondo occidentale, raccolti con non poche difficoltà in un clima di
non collaborazione, sono stati 13, la maggior parte dei quali negli Stati
Uniti, ma anche in Canada e in Europa. I decessi sono stati spesso attribuiti
ad un’infezione da Clostridium sordelli,
abituale commensale della mucosa vaginale. L’infezione sembra possa svilupparsi
con modalità poco sinomatiche. Il meccanismo patogenetico rimane oscuro. E’
stata ipotizzata un’azione immunodepressiva del farmaco. In Cina, dove com’è
noto esiste una pianificazione dell’aborto per il controllo delle nascite, Considerati gli
effetti indesiderati, certi o possibili, sembrerebbe auspicabile che l’intero
protocollo si svolga sotto controllo medico. Un controllo obbligatorio è ad
ogni modo prestabilito in quattordicesima giornata, onde accertare il completo
svuotamento della cavità uterina. In caso contrario (3-5%) si rende ovviamente
necessaria la revisione chirurgica di cavità (raschiamento). Dottor Patrizio Calderoni Dirigente medico di 1° livello Unità operativa di Medicina dell’Età
Prenatale Policlinico S.Orsola-Malpighi Bologna |