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RU-486:
è davvero una conquista “civile”? RU-486: mefipristone, la pillola
abortiva. C’è chi la difende a spada tratta e tra i “difensori” troviamo medici
che si impegnano attivamente in sperimentazioni cliniche, bioeticisti,
opinionisti. Non sono meno numerose,
tuttavia, le posizioni contrarie di altri medici e scienziati, filosofi,
teologi. In una pubblicazione molto autorevole, ad esempio, è stata indicata
una mortalità associata al metodo dieci volte superiore a quella del metodo
chirurgico (1:1000.000 V/S 0.1:100.000) ((M. Green, New England Journal Medicine 353, 2317-18, 2005). Cosa
concludere, perciò? La molecola RU-486 è stata studiata per
uccidere l’embrione nel grembo
materno. Per questo si è giunti a definirla “pesticida umano”, per analogia con
i pesticidi usati in agricoltura per eliminare gli insetti nocivi. Non per
nulla negli U.S.A è chiamata kill pill. Così
stando le cose se ne potrà discutere con superficialità, senza riflettere su
ciò che provoca? Sarebbe come discutere sulle modalità dell’esecuzione capitale
(sedia elettrica o iniezione mortale?) senza esprimere, prima,
un giudizio motivato sulla condanna a morte. Sarà bene, per di più, che il
giudizio sia espresso senza lasciarsi condizionare dal fatto che sia l’aborto
volontario sia la condanna a morte sono legali e diffusi in tanti paesi. In Italia l’aborto è disciplinato
dalla legge 194/78, approvata dal Parlamento e confermata dal fallimento di due
contemporanei ed opposti referendum che intendevano abrogarla, l’uno per
eccesso, l’altro (dei radicali) per difetto di liberalizzazione. Legge che ha
un singolare privilegio: essere considerata, da molti, intangibile. In realtà, questa legge, come reputa
l’aborto? Una libera scelta di una donna rimasta inopportunamente incinta? Come
un diritto (civile), che alcuni pretendono? Per nulla. Secondo il dettato della
legge l’aborto non è per niente “libero”, e neppure è una questione
strettamente personale. Deve essere considerato, al contrario, come una pratica
consentita solo a determinate condizioni.
Perché mai questa limitazione? Se l’“entità” da eliminare fosse senza alcun dubbio “solo” una
“cosa”, come alcuni hanno preteso, perché accapigliarsi? Il fatto è che il
legislatore si è trovato di fronte al contrasto insanabile fra due esigenze: la
vita dell’embrione e la volontà della madre di sopprimerla manu medica.
La “questione” dell’”operatore medico”, accessoria ma eticamente non
trascurabile, è stata superata riconoscendogli l’obiezione di coscienza; che
qualcuno peraltro vorrebbe abolire. Che la questione sia seria è confermato
dalla generalizzata dichiarazione che l’aborto sia un “dramma”. Tutti sinceri?
Secondo me il dramma esiste veramente, anche se non sempre percepito
nell’immediato, ed è un dramma duplice. Tutti
d’accordo sulla crisi esistenziale della madre, ma come dimenticare la crisi,
questa senza ritorno, dell’embrione-figlio?
Alla radice del dramma sta, a mio avviso, l’”identità” del sopprimendo: “un essere umano in una fase inizialissima di sviluppo” secondo R. G. Edwards, padre “tecnologico” della prima bimba
concepita in vitro. Ora, l’idea di uccidere un
“essere umano”, sia pure in fase inizialissima, tende a mettere in crisi, a
livello conscio od inconscio, tutti o quasi tutti, laici e credenti. Qualche
conservatore arriva a sostenere che “la vita” (del figlio) dovrebbe predominare
sulla “qualità di vita” (della madre). Il legislatore ha tuttavia deciso
perché, alla fine, prevalga la qualità, ma solo al termine di un serio protocollo operativo ed allo scopo di
evitare danni “gravi” o almeno “seri” alla gestante (articoli 4 e 6). Sulla costante
coerenza ai presupposti di “serietà e “gravità” si può nutrire qualche dubbio,
ma è prescritto, ad ogni modo, che l’aborto sia eseguito per decisione
“informata” della madre e solo dopo che la
società abbia fatto tutto il possibile,
anche con il contributo della “società civile” (volontariato), per rispettare
il diritto alla vita del figlio. E’ escluso esplicitamente che l’aborto possa
essere utilizzato come mezzo di controllo delle nascite
o per fini eugenetici (art. 1). Ciò premesso, perchè tanto
entusiasmo per la RU 486? Siamo proprio sicuri che l’aborto chimico costituisca
una tappa gloriosa ed una reale vittoria
delle “donne”, visto che, si sostiene, la pratica abortiva sarebbe facile ed
indolore? Che sia realmente così non lo pensano Assuntina
Morresi ed Eugenia Roccella,
leader storica del Movimento di
Liberazione della Donna, che contro la nuova ”pillola” si sono prese la briga
di scrivere controcorrente un libro interessante e documentato, dal titolo
provocatorio: “La favola dell’aborto facile. Miti e realtà
della pillola Ru486” (Franco Angeli). Per quanto poi riguarda la vantata innocuità
della pratica, non sembrano confermarla le dettagliate raccomandazioni dei
protocolli d’ammissione. Nel “profilo d’assistenza” preparato dal Servizio
Sanitario Regionale della Regione Emilia Romagna (http://www.saperidoc.it/) si può leggere ad
esempio: “Devono essere considerate con particolare attenzione
condizioni di natura psico-sociale quali, ad esempio, se la donna possa
garantire la presenza ad una visita di controllo a 14 giorni; abbia accesso ad
un telefono e possa disporre di un mezzo di trasporto in caso di necessità”. Di quale necessità si parla? Non dovrebbe essere
tutto così facile e senza problemi? Riflettendo su questi aspetti, una certa
prudenza nel preferire questo tipo d’aborto a quello chirurgico eseguito in
fase di ricovero, sotto controllo medico, non sembrerebbe irragionevole. Inconvenienti a parte, qualcuno si
è chiesto: perché prendersela tanto poiché sempre d’aborto
si tratta? Cambiar metodo dovrebbe essere intollerabile; perché? Non fosse
altro perchè vi si oppone la legge, la quale prescrive tassativamente (art. 8)
che l’aborto sia eseguito presso un
ospedale pubblico (o casa di cura autorizzata ma solo nei primi
novanta giorni). In qualche ospedale, ove l’aborto “chimico” è stata ammesso in
sperimentazione, si è cercato di aggirare l’ostacolo. In Piemonte un protocollo
“sperimentale”, che s’“accontentava” di un ricovero iniziale di tre giorni, è
stato tuttavia sospeso perché non si era potuto (voluto?) rispettare neppure
questa clausola limitativa. D’altra parte l’ipotesi di un ricovero prolungato e
protetto che copra l’intero procedimento
espulsivo, di almeno 14 giorni nei casi più favorevoli, appare improponibile
per evidenti ragioni economiche ed organizzative. L’impressione è che,
sforzandosi di dimenticare le prescrizioni legali, si cerchi per ragioni
ideologiche di trasformare l’aborto in una pratica “fai da te”, domiciliare e
“casalinga”. Non per niente sono stati proposti farmaci alternativi di facile
reperimento sul mercato italiano quali il methotrexate
(un antitumorale) o le prostglandine
(da sole). Di fronte a questi segnali, come
non riflettere su cosa potrebbe significare, per i nostri figli, vivere in una
società in cui l’aborto volontario divenisse a poco a poco un fatto
“domestico”, una semplice routine priva di
rilevanza etica? Le stesse difficoltà del metodo proteggono, almeno per ora, da
questa possibilità. La stessa esperienza delle donne, dolorosamente vissuta
sulla loro pelle, potrà essa stessa ad affossare la RU-486 come pratica
facilitante sostitutiva. Non bisogna tuttavia illudersi. La casa produttrice per molti anni
ha evitato di richiedere l’autorizzazione al commercio della molecola. C’è chi
insinua, per timore dei severi controlli
preventivi prescritti dal nostro Ministero della Salute. Oggi viene alla
carica, confidando forse in un più favorevole clima politico e culturale. Sarà
veramente una semplice questione di mercato e di politica, o non sarà il caso
di alzare, e di molto, il tiro delle nostre riflessioni e dei nostri
interrogativi? [Prof. Aldo Mazzoni - Medico. Già professore ordinario di Microbiologia all’Università di Bologna. Coordinatore scientifico del Centro di Bioetica “A. Degli Esposti” di Bologna ]. |