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Riflessioni
di un medico (ippocratico) sul “caso Welby” L’angoscioso caso Welby sapientemente strumentalizzato allo scopo, ha
riattizzato il fuoco della richiesta di legalizzazione dell’eutanasia,
tenacemente perseguita da radicali e sodali.
Nella lettera al Capo dello Stato,
che ha riaperto il contenzioso, il signor Welby, infatti,
scrive testualmente: “Il mio sogno (...), la mia volontà, la mia richiesta, che
voglio porre in ogni sede, a partire da quelle politiche e giudiziarie, è oggi
nella mia mente più chiaro e preciso che mai: poter
ottenere l’eutanasia”. Solo più tardi, di fronte alle reazioni
negative generalizzate, la strategia è mutata, insistendo, peraltro
ambiguamente, sulla richiesta di sospensione di cure rifiutate. Per quanto
riguarda le modalità della tragica soluzione finale della vicenda, non vi è
dubbio che eutanasia ed accanimento medico siano stati, in via di principio,
evocati a torto. Almeno nella forma, infatti, il problema si è circoscritto al diritto di
rifiutare le cure. Ineccepibile il richiamo all’articolo 32 della
Costituzione: “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento
sanitario se non per disposizione di legge” (ad esempio in caso di epidemia).
Secondo questo principio non c’è dubbio che un malato possa rifiutare qualsiasi
trattamento, anche salvavita, o possa chiederne in ogni caso la sospensione. Lo
conferma il Codice di deontologia medica, testè aggiornato (art. 32): “ (...)
“In ogni caso, in presenza di documentato rifiuto di persona capace di
intendere e di volere, il medico deve desistere
dai conseguenti atti diagnostici e/o curativi, non essendo
consentito alcun trattamento medico contro la volontà della persona”.
A mio parere, il meglio (non il
perfetto, che sta nel libro dei sogni)!) per una questione così importante e
controversa che riguarda una vita umana, è che essa sia gestita, direttamente, fra il malato e il medico curante da lui prescelto, senza
interventi esterni, burocratici o legali. Indispensabile l’alleanza
fra medico e malato, che dovrebbe essere normale fosse consentita e
promossa per una doverosa empatia fra i protagonisti veri
della fase finale della vita, in una società come la nostra che, fortunatamente
per noi, consente il prendersene cura, possibilità altrove non abitualmente
concessa; ad esempio in Biafra. Ciò
dimostra, fra l’altro, che la “professione” medica è unica e diversa da tutte
le altre sul piano morale. Solo il medico può essere chiamato in prima persona
e senza mediatori a risolvere questioni di vita e di morte; solo pochi medici
sfuggono nella loro attività a questa prova. Nota bene: ho parlato di medico
“curante”, non di “un” medico venuto espressamente da
Cremona. Penso che, in casi come questo, il medico debba “accettare”
la propria funzione, mai proporsi come semplice esecutore di una volontà
altrui, senza un precedente lungo rapporto d’alleanza nella fiducia. Su
quest’aspetto particolare sarà interessante conoscere il giudizio della
Commissione disciplinare dell’Ordine dei medici di Cremona, che tuttavia
ritarda. Non c’è dubbio che, uscendo
volontariamente dalla privacy, il
dottor Welby abbia voluto fare della sua
tragedia umana un caso politico. “Se
la faccenda privata merita tuttora meditazione e pietà, il caso politico esige capacità
d’analisi e di discernimento, freddezza di ragionamento, esente da emotività.
La verità oggettiva, anche se sgradevole, è che strumentalizzando le sue
sofferenze (anche l’auto-strumentalizzazione è pur sempre una
strumentalizzazione) Welby e i radicali
intendevano far passare un pericoloso messaggio, oggettivamente necrofilo, e
cioè che la morte è l’unica risposta possibile a malattie
invalidanti ed inguaribili, non solo “terminali”. Il comportamento
di Welby può trovare spiegazione nello
sforzo di dare un senso (di lotta ideologica) alla sua severa situazione di
vita. “Il messaggio autentico, invece, è proprio l’opposto. La vera risposta
alle malattie invalidanti e di fine vita non sta nell’abbandono terapeutico, di
cui l’eutanasia in certo modo è la forma estrema, ma nella vicinanza
compassionevole del terapeuta al malato, intesa come un suo vero e proprio
diritto, che rientra nel più generale “diritto alla (sarebbe forse meglio dire:
al massimo possibile di) salute”. Quello riportato fra virgolette è il
condivisibile commento del prof. D’Agostino, già
presidente del Comitato etico nazionale di bioetica. Eu-biosia
(vita residua la migliore possibile) quindi, non eutanasia! Come medico non riesco a non chiedermi:
qualora fosse capitato a me il difficile evento di essere il curante del dottor
Welby, necessariamente per un congruo
periodo di tempo sufficiente per la necessaria conoscenza ed amicizia, quali
sarebbero stati i miei possibili comportamenti, di fronte ad una finale
drammatica richiesta di interrompere la ventilazione forzata? Mi sembra che
avrebbero potuto essere soltanto due: 1) mantenere la questione nell’ambito privato (non clandestino!), facendo il possibile per
convincerlo a cambiare idea; 2) qualora insistesse nella pubblicizzazione politica,
rinunciare all’incarico ed invitarlo a scegliersi un altro medico. Resta oscuro
perché, una volta respinta la richiesta dai suoi medici
curanti, Welby non abbia trovato un medico
sostituto disponibile fra i suoi sodali ideologici in ambito locale. Ad ogni
modo, sarebbe per me stato doveroso fargli presente che, fuori d’ogni
ipocrisia, quello che, conoscendo il suo esplicitato pensiero, in realtà
chiedeva, non era di sospendere la terapia, ma che gli fosse data intenzionalmente la morte nella forma, inaccettabile per un
medico ippocratico, del suicidio assistito. Io non lo posso fare; uccidimi tu.
Intelligente, com’era, avrebbe convenuto, che per il medico operatore il
margine sottilissimo sarebbe stato tutto nell’intenzione:
rinunciare ad imporre una cura o uccidere per pietà? Chi, dall’esterno avrebbe
potuto valutarlo? La risposta sarebbe stata solo “nella testa” del medico. Il
giuramento d’Ippocrate, ancor prima che
un’eventuale adesione alla morale cattolica, avrebbe escluso ogni possibilità
d’eutanasia. D’altra parte c’era il diritto del malato ad ottenere la sospirata
sospensione del trattamento. Anche se ribadito nonostante ogni tentativo
contrario, quel diritto non poteva coartare la libertà di coscienza,
altrettanto rispettabile, del medico. La decisione avrebbe
potuto essere diversa, se pure terribilmente sofferta e impegnativa
sul piano umano e morale, solo nel caso di un malato non
”ideologizzato”, ma desideroso, solo ed esclusivamente, di accettare il decorso naturale della sua malattia, rinunciando
ad una terapia inutile per la guarigione. Per quanto riguarda i limiti
sfumati del cosiddetto accanimento “terapeutico” e la distinzione eticamente
rilevante fra mezzi di sostentamento vitale (sempre obbligatori) ed interventi
terapeutici interrompibili a richiesta, ritengo però
necessario che si pervenga ad un definitivo
approfondimento di un punto molto delicato: la
ventilazione meccanica, che è stato
l’elemento tecnico in questione nel caso Welby rientra, con
l’idratazione e l’alimentazione, nel “sostegno vitale” o costituisce
un sussidio terapeutico, che supplisce
all’insufficiente funzione dei muscoli respiratori? E’ questione
squisitamente medica e tecnica, ancora controversa. Alcuni cultori di bioetica,
molto più importanti di me, fra cui il mio stesso “maestro”, il vescovo prof. Elio Sgreccia, sembrano orientarsi sulla prima ipotesi. Con tutto il meritato rispetto nella maggior
parte non si tratta, però, di medici, ragione per la quale possono limitarsi ad
un ragionamento teorico. Un medico, viceversa, è sollecitato a sentirsi in quella situazione, anche se, come nel mio
caso, non esercita più l’attività per ragioni anagrafiche. Che fare? Sul campo
non basta dire dei no, occorre agire, giustificando a se stesso e al malato
perché si fa o non si fa. Tornando al punto in questione mi scopro propenso a dover ammettere la seconda ipotesi,
quella secondo cui la ventilazione obbligata costituisce un sussidio
terapeutico. D’altra parte, anche nel caso più banale, e più chiaro, della
somministrazione (obbligatoria) di liquidi, come costringere il malato a
sopportare il mezzo tecnico d’idratazione, la fleboclisi, quando caparbiamente
la rifiuti? Ciò premesso, come restargli accanto mentre ti chiede con
insistenza e a suo buon diritto (qualunque ne sia la sottesa ragione, di cui lui porta la responsabilità) di interrompere una cura non
più accettata, e ti richiama all’obbligo deontologico di non “curare a forza”?
Potrà essere una soluzione assistere alla sua sofferenza fisica e morale,
imponendogli solo cure palliative? Dilemma angoscioso; sono grato alla
Provvidenza di non esservi stato sottoposto. Ho conosciuto malati di quel tipo,
ma, fortunatamente, non con “quella” pretesa. Forse perchè assistiti moralmente
in modo per loro sufficiente, desideravano solo di essere soccorsi per vivere meglio. Ritengo tuttavia che un medico, che fosse in
coscienza convinto che la “ventilazione” è mezzo tecnico
terapeutico, possa agire in adesione al codice deontologico e
assumendosene la responsabilità morale. Anche se, fra il dire e il fare c’è di
mezzo, per così dire, il mare. Unica alternativa? Rinunciare al mandato; altra
scelta dolorosa e difficile. La questione resta secondo me sub judice, poiché non mi sembra possa essere ancora risolta con un’affermazione di principio certa. Un’ultima osservazione riguarda le
invettive emozionali rivolte al Cardinal Ruini per aver
negato le esequie religiose alla salma di Piergiorgio Welby, provocando sofferenza e dolore ai
familiari, a tante anime belle e persino, per esplicita dichiarazione, allo
stesso presule. Non stupisce l’ignoranza circa le regole della Chiesa da parte
di agnostici e supposti atei, che come sempre si impancano ad insegnare al
Papa, ai vescovi e ai sacerdoti su come comportarsi in questioni religiose, di
cui sanno poco o nulla. Stupisce piuttosto che il dottor Ignazio
Marino, chirurgo dei trapianti divenuto famoso ed importante per ragioni
professionali e politiche e che si definisce cattolico, dichiari che compito
della Chiesa sarebbe formare le coscienze e non dare
direttive ai fedeli, quando al contrario anche questo è suo compito e dovere.
Mi ha stupito anche la protesta di tanti buoni cattolici della quale Avvenire, il “giornale dei vescovi” secondo la vulgata, ha
fornito ampia notizia con adeguata risposta. Di tutti, quale il risentito
rimprovero? Una supposta mancanza di carità. Accusa, questa, ben grave per una
Chiesa che annovera, fra i suoi maestri, S. Paolo, interprete massimo e cantore
della “carità” di Cristo. Su certe bocche, da che pulpito! Fa sorridere che
certi mangiapreti sembrino convinti che la salvezza eterna dipenda dal
benestare pubblico dell’autorità ecclesiastica e non da chi, Lui solo, “conosce
il cuore dell’uomo”. Dispiace certo che tutto ciò abbia fornito un sovrappiù di
sofferenza a madre e consorte del defunto. Tutti, e tanto più chi si dichiari
cattolico, dovrebbero però sapere che esequie religiose sono, oggi,
abitualmente concesse anche ai suicidi, ma nella presunzione che siano mancate
sul momento “piena consapevolezza e deliberato consenso”. Non è stato purtroppo
il caso di Welby, che, come ha dichiarato il
fratello, non era cristiano e si è a lungo e palesemente
battuto per l’ideologia eutanasica. Poteva la Chiesa, che non nega la preghiera
di suffragio a nessuno (neppure a Giuda), inviare al popolo un pubblico messaggio
d’assenso concedendo una cerimonia pubblica passibile (certa, secondo me) di
strumentalizzazione? Cerchiamo di essere ragionevoli, razionali e seri. “La
pietà divina ha sì gran braccia ...”. [ Prof. Aldo Mazzoni - Medico, già Ordinario di Microbiologia Università di Bologna, Presidente Centro di Bioetica “A. Degli Esposti” Bologna]. |