Il dibattito bioetico sull’eutanasia: distinzioni concettuali e posizioni a confronto

 

“Era un orribile tormento per Ivan Il’ic. E stranamente, molte volte, mentre gli altri eseguivano i loro numeri su di lui, era stato a un filo dal gridare in faccia a tutti: smettetela di dire bugie, lo sapete benissimo, e lo so benissimo anch’io che sto morendo, almeno finitela  di mentire. Ma non aveva mai avuto cuore di farlo”.

(L. N. Tolstoj, La morte di Ivan Il’ic)

 

Una premessa

 

Prima di accostarsi al tema dell’eutanasia e dell’etica di fine vita credo sia necessario un doveroso atto d’umiltà: la sofferenza è sofferenza, e come ha detti Giovanni Paolo II essa rimane un “mistero intangibile”[1], un carico così pesante di dolore e di prostrazione che talvolta può addirittura spingere ad invocare su di sé la morte. Mi piace introdurre questo tema pensando all’umile gesto di Mosé, che davanti al roveto ardente si toglie i sandali e si vela il viso al cospetto della santità divina (Es, 3, 5-6). Accostarsi al capezzale di un morente significa davvero entrare in un “luogo santo”, dove il turbine emotivamente scosso dei nostri pensieri e dei nostri sentimenti esige innanzitutto di farsi ascolto e preghiera.

D’altra parte, nell’affrontare una qualsiasi tematica eticamente sensibile, non bisogna esagerare nel “problematicismo” fine a se stesso, come se il carico emotivo preponderante ci rendesse d’improvviso muti e privi di qualsiasi argine razionale.

In realtà, anche nell’affrontare il delicato tema dell’etica di fine vita, pur facendoci accompagnare dal “basso continuo” delle nostre emozioni, che non smettono di dichiararci rispetto e delicatezza, non ci si può esimere da un esercizio critico della nostra ragione, da un vaglio lucido degli argomenti che ci permettono di non dimenticare l’arte di discernere il bene dal male.

Convinti come siamo che nell’esercizio della ragione risplenda l’aspetto più nobile dell’essere umano, non rinunciamo ad intraprendere il faticoso cammino del concetto, e a fissare qualche appunto che ci auguriamo possa aprire uno spiraglio di luce sulla via della riflessione.

 

Alcune distinzioni concettuali

 

Nell’affrontare un qualsiasi tema di carattere filosofico e bioetico è buona norma partire da una chiarificazione linguistica e concettuale dei termini in questione, per cercare di evitare fraintendimenti ed incomprensioni preliminari; lo stesso metodo sembra imporsi nel campo dell’etica di fine vita, dove una certa confusione linguistica, dovuta anche a ragioni di incrostazioni ideologiche,  regna sovrana.

Sarà pertanto utile partire da una chiara definizione di eutanasia[2]: “Per eutanasia s’intende un’azione o un’omissione che di sua natura, o nelle intenzioni, procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore”[3].

La distinzione tra “eutanasia attiva” e “eutanasia passiva” risulta pertanto inutile e fuorviante; ogniqualvolta ci sia l’intenzione diretta di uccidere una malato, mediante un’azione o un’omissione (per es. sottrazione di cibo o una volontaria mancata rianimazione) si profila un gesto eutanasico.

Il giudizio morale su questo atto è chiaro: è sempre gravemente illecito uccidere una persona innocente, anche se lo desidera.

Si parla a questo proposito di “indisponibilità’”, “intangibilità” della vita umana: la vita umana è il bene fondamentale, quello che sorregge tutti gli altri diritti, e per questo non può essere “messa a disposizione”, non può essere violata a piacimento né da se stessi né da altri.

Dall’eutanasia va invece distinto il concetto di morte con dignità: se con tale espressione si intende il desiderio di essere accompagnati nel momento finale della vita con serenità e affetto, senza dolori insopportabili, grazie anche ai relativi analgesici,  il diritto ad una morte degna è non solo lecito ma anche da tutelare.

 

 Altra cosa è l’accanimento terapeutico: con tale espressione si intende l’uso sproporzionato dei mezzi terapeutici rispetto alle condizioni e alle aspettative di guarigione del paziente. E’ questa una valutazione che deve essere fatta su un piano prettamente scientifico, qualora si profilasse un tipo di terapia eccessivamente gravosa e costosa, inutile rispetto alle aspettative di vita del paziente (es. la rianimazione di pazienti agonizzanti o in morte encefalica): in questi casi più che un beneficio le terapie sortirebbero l’effetto di un peggioramento delle condizioni del paziente[4].

Il giudizio morale sull’ accanimento terapeutico è ugualmente chiaro: non solo è da evitare, ma è gravemente illecito, perché non conforme con la dignità dell’essere umano giunto alla sera della vita.

In realtà, a ben vedere, eutanasia e accanimento terapeutico rispondono ad una stessa logica: l’idea cioè dell’ “onnipotenza” dell’uomo, il quale, con l’aiuto della scienza e della tecnica, si sente padrone della vita umana, anticipando il tempo della morte o ritardandola a suo piacimento.

 

Tra eutanasia e accanimento terapeutico si profila una “terza via”, sempre lecita e auspicabile, che può essere definita accompagnamento al morente. Con tale espressione si intende l’assistenze al paziente terminale tramite le cure ordinarie, che sono sempre doverose (per es. alimentazione, idratazione, detersione delle ferite…), tramite eventuale terapia del dolore e tramite quell’assistenza familiare, psicologica e spirituale di cui necessita il malato per accettare serenamente gli ultimi momenti della sua vita. E’ statisticamente provato che quando il paziente si sente inserito in una trama di relazioni significative e umanizzanti col medico e coi familiari, la domanda eutanasia tende pressoché allo zero[5].

Va ricordato a questo proposito che la medicina non sempre può guarire ma sempre può curare (cioè “prendersi cura” del paziente). In questo senso anche l’alimentazione e l’idratazione artificiali sono da intendere come mezzi ordinari e pertanto sempre doverosi: non si tratta infatti di “terapie” in senso proprio ma di semplici aiuti al sostentamento vitale, simili in questo al gesto di allattare un bimbo al seno o di imboccarlo col cucchiaio (non si può certo parlare di “accanimento” in questi casi!).

 

 In tale ottica dell’accompagnamento al morente, qualora non vi siano altri mezzi per alleviare il dolore, è sempre lecito l’uso degli analgesici, anche di quelli che, come la morfina, possono abbreviare la vita del paziente[6].

In questo caso infatti non si tratta di eutanasia, perché l’intenzione non è quella di uccidere l’ammalato ma quella di lenire il suo dolore.

Tecnicamente questo atto si giustifica tramite il principio del duplice effetto[7]: quando non ci siano vie alternative e l’intenzione sia buona, è lecito compiere un atto che porta ad un effetto buono (sedare il dolore) anche se inestricabilmente legato ad un effetto negativo (accorciare la vita del paziente), il quale non viene inteso, ma semplicemente “permesso”, “tollerato”.

Allo stesso modo, in mancanza di vie alternative, è lecito ricorrere ad analgesici che tolgono al paziente l’uso della coscienza, purché gli sia stato dato il tempo di adempiere i suoi obblighi civili e religiosi.

 

Ragioni a difesa dell’eutanasia: esposizione critica

 

In ambito utilitarista, i difensori dell’eutanasia si appellano al cosiddetto principio della qualità della vita (PQV): in base a questo principio sovente si fa una distinzione tra “vita umana”, in senso puramente biologico, e “vita personale”, intesa come vita di relazione. In questo modo si opera un’indebita distinzione tra essere umano e persona, sostenendo che non tutti gli esseri umani sono persone: chi non è in possesso di determinati requisiti (autonomia, autocoscienza, razionalità, capacità di relazione…) è un essere umano in senso biologico ma non una persona.

Ben nota è a questo riguardo la posizione di Engelhardt: “Non tutti gli esseri umani sono persone. Non tutti gli esseri umani sono autocoscienti, razionali e capaci di concepire la possiblità di biasimare e lodare. [...] Tali entità sono membri della specie umana ma non hanno status , in sé e per sé, nella comunità morale”[8].

Tornando al nostro argomento, in questa prospettiva un paziente in stato vegetativo persistente, un malato terminale privo di coscienza non sono persone in senso pieno, e quindi praticare un gesto eutanasico su di loro non significa praticare un omicidio ma compiere un gesto di pietà.

Di fronte a queste aberranti teorie – purtroppo non così infrequenti anche nel sentire comune – bisogna ribadire che “unico è l’atto esistenziale e personale che sostiene nell’uomo la vita vegetativa, sensitiva e relazionale”[9].

Ogni essere umano è persona – con tutto il carico di rispetto e di dignità che questo termine comporta – per il semplice fatto che c’è, che esiste, non perché manifesti determinati funzioni o qualità. La mia vita ha un valore intangibile non in quanto sono bello, intelligente, razionale e accettato dagli altri, ma è esattamente il contrario: la mia vita personale, con l’eventuale carico di bellezza, intelligenza, razionalità  ha valore semplicemente perché sono un essere umano[10].

 

Sempre in ambito utilitarista, appellandosi al PQV, alcuni autori sostengono che di fronte a certi malati terminali privi di coscienza si possa pronunciare un giudizio oggettivo, su basi medico – scientifiche,  sulla mancanza di “qualità di vita” dei pazienti, i quali non raggiungerebbero gli standard necessari per raggiungere la qualifica di “vita personale”: in tali casi sarebbe lecito anche il ricorso all’ eutanasia non volontaria[11], perché si ritiene che gli stessi pazienti, se fossero coscienti, non riterrebbero “degna di essere vissuta” una vita nelle loro condizioni.

A questo proposito bisogna ricordare che la prima formulazione del concetto di “vita indegna” la si deve ad un’opera scritta nel 1920 da due eminenti professori tedeschi, il giurista Karl Binding e lo psichiatra Alfred Hoche, intitolata proprio Il permesso di annientare vita indegna di vita, dove tra gli altri vengono identificati come indegni di vivere i malati incurabili, i malati di mente, i bambini ritardati o deformi. Circa vent’anni dopo la Germania di Hitler, guidata dall’ideologia nazista, mise in pratica queste idee con due sistematici programmi di uccisioni, una rivolta ai bambini e una agli adulti. Quest’ultimo programma, denominato T4, portò all’uccisione diretta di circa 70000 tra il dicembre 1939 e l’agosto 1941[12].

Questo accostamento tra i moderni sostenitori dell’eutanasia e l’ideologia nazista non scandalizzi[13] e non sembri così ingiustificato e irrispettoso. Le uccisioni mediche pianificate vennero giustificate dal nazismo con due argomenti: il primo faceva riferimento all’idea di “razza pura”, verso il quale giustamente tutta la sensibilità moderna inorridisce, ma il secondo si basava sul quel concetto di Lebensunwertes Leben (“vita indegna di vita”), che continua a sopravvivere anche oggi nei fautori del PQV.

 

In ambito filosofico liberale, invece, i sostenitori dell’eutanasia si basano esclusivamente sul principio di autonomia o autodeterminazione: ciascuno è padrone del proprio corpo e libero di seguire le proprie autonome decisioni senza nessuna interferenza da parte degli altri individui e dello Stato, riconoscendo come unico limite la possibilità per ciascun altro di esercitare lo stesso diritto.[14]

Su questa base alcuni non accettano l’eutanasia non volontaria ma approvano l’eutanasia volontaria, sostenendo che ciò che conta è il libero consenso da parte del paziente, la cui volontà non può essere ostacolata[15].

Questa soluzione porta però con sé almeno due gravi problemi: in primo luogo ci si può chiedere quanto una tale decisione debba essere vincolante per il medico. Quest’ultimo dovrà essere ridotto ad essere un mero esecutore delle volontà eutanasiche del paziente o può avere un margine di scelta nel valutare, discutere, sconsigliare la volontà del suo paziente?

In secondo luogo: può essere davvero sempre giudicata attendibile la richiesta di morte da parte di un ammalato grave, o questa non risulterà piuttosto condizionata da una condizione di disagio psicologico e relazionale?

Mi spiego con un esempio[16]. Un nostro amico, in un momento particolarmente doloroso della sua vita, in cui crede di non avere possibilità di uscita, esce con una frase di questo tipo: “Non ce la faccio proprio più: meglio farla finita una volta per tutte!”. Difficilmente la nostra risposta potrà essere del tipo: “Hai ragione, meglio per te farla finita. Se vuoi ti do una mano”. Piuttosto è presumibile – e auspicabile – che la nostra reazione sarà quella di comprendere la ragione di un tale stato d’animo, di entrare con discrezione nella vita dell’amico:  “Perché mi chiedi questo? Che cosa ti rende veramente così disperato?”.

Come già detto, la domanda di eutanasia il più delle volte non proviene da chi prova dolori fisici insopportabili[17] (oggi in gran parte controllabili grazie alle cure palliative) ma da situazioni di disagio psicologico ed esistenziale.

 

Legalizzare l’eutanasia?

 

Si potrebbe obiettare che il rifiuto dell’eutanasia è un semplice fatto di coscienza, ma lo Stato ha comunque il dovere di legalizzare la “dolce morte” per chi eventualmente la volesse praticare.

In realtà la legalizzazione dell’eutanasia non può essere ridotta ad una questione di coscienza privata, ma ha una rilevanza eminentemente pubblica e sociale.

La legalizzazione permette infatti di dare la possibilità ad una persona diversa dal sofferente – un medico, un infermiere, un funzionario dello Stato… - di provocare la morte di un altro.

L’arte medica, il tacito rapporto medico – paziente ne uscirebbe così profondamente sconvolto: l’uomo in camice bianco che ho davanti non è più colui che, nei limiti umani, cura il paziente, ma diventa uno che, a certe condizioni, dà volontariamente e consapevolmente la morte.

Inoltre, gli esperti di bioetica parlano del pericolo del “pendio scivoloso” (slippery sloope): una volta superato un principio etico assoluto (“non uccidere”) anche se solo per poco (“col consenso del paziente adulto”, ecc…) si rischia di imboccare un pendio scivoloso che spinge sempre più in basso. E’ esattamente quel che è successo in Olanda dove, una volta legalizzata l’eutanasia su richiesta, dopo qualche anno si è giunti a permettere, nella clinica universitaria della città di Groningen, l’eutanasia per i bambini al di sotto dei 12 anni, compresa l’eutanasia neonatale (evidentemente senza il consenso dei pazienti!)[18].

 

Il contesto culturale: la rimozione della morte e del dolore

 

In conclusione, è doveroso ricollocare il problema dell’eutanasia nell’attuale contesto culturale, profondamente segnato dalla rimozione della morte dell’essere umano e dal rifiuto di dare ad essa un possibile significato: “La morte è diventata un tabù, una cosa innominabile […]. Una volta si raccontava ai bambini che nascevano sotto un cavolo, però essi assistevano alla grande scena degli addii, nella camera e al capezzale del morente […]. Oggi i bambini vengono iniziati, fin dalla più tenera età, alla fisiologia dell’amore e della nascita, ma, quando non vedono più il nonno e chiedono perché, in Francia si risponde loro che è partito per un paese lontano, e in Inghilterra che riposa in un bel giardino dove cresce il caprifoglio. Non sono più i bambini a nascere sotto un cavolo, ma i morti a scomparire tra i fiori”[19]

Probabilmente il rifiuto di guardare con serenità alla morte dell’essere umano deriva dal rifiuto di dare un qualsivoglia significato all’esperienza del dolore; la cultura contemporanea, in effetti, sembra aver fatto proprio il dogma laico secondo cui la sofferenza “toglie ogni possibile dignità”[20].

Ma chiediamoci: è proprio vero che la sofferenza ha il potere di disintegrare, di annullare la dignità della vita di una persona? Certo la sofferenza è sofferenza, in sé è un male da debellare o lenire, ma questo non significa che il dolore annulli o diminuisca la dignità della vita della persona.

Anzi, alla “scuola della sofferenza” c’è chi ha appreso tanto, a rivedere ciò che davvero conta nella vita e a riscoprire il senso del limite che caratterizza l’essere umano. Imponendoci di vivere un rapporto di dipendenza radicale, di bisogno vitale dell’altro, la sofferenza ci costringe a riscoprire in qualche modo l’umiltà dei bambini, a non vergognarci dell’aiuto degli altri: “In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (Matteo 18, 3).

 

La prospettiva cristiana

 

Il senso del dolore, pur rimanendo in se stesso un mistero, è stato enormemente illuminato ed elevato all’interno dell’orizzonte cristiano[21]. In questa prospettiva, infatti, il Figlio di Dio non solo si è mostrato instancabile consolatore e guaritore verso tutti i malati e i sofferenti, ma ha voluto Egli stesso condividere fino in fondo l’umana sofferenza, offrendo liberamente, con la Sua dolorosa passione e morte, la salvezza per ogni uomo. In questo “folle” gesto d’amore, Cristo ha liberato l’uomo dal male ultimo e dalla sofferenza definitiva, ossia la perdita della vita eterna, la separazione da Dio, effetto del peccato delle origini. In questo modo nella Divina Persona di Cristo la sofferenza assume un inedito significato redentivo e salvifico, che si è pienamente dispiegato con la Sua Risurrezione, segno definitivo della vittoria sulla morte e sul male.

All’interno di questo Mistero di salvezza, il cristiano è chiamato a compartecipare alla Passione di Cristo, il suo dolore è trasfigurato e nobilitato se offerto e unito alla sua Croce; in questo senso vanno intese le celebri parole di S. Paolo: “completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col. 1, 24).

La sofferenza umana, se vissuta in comunione con la Croce di Cristo, può davvero trasfigurarsi in esperienza arricchente e colma di significato, come quella vissuta dal grande poeta francese Paul Clodel, che ormai vecchio e malandato, incontrando gli universitari parigini diceva: “Io sono un rudere d’uomo, non so parlare più, non ci vedo più, non ci sento più, non cammino più. Però, nonostante la paralisi, riesco ancora a fare una cosa che mi dà l’idea di essere uomo: riesco ancora a mettermi in ginocchio”.

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

A. Pessina, Eutanasia. Della morte e di altre cose, Cantagalli, Siena, 2007.

D. Neri, Eutanasia. Valori, scelte morali, dignità delle persone, Laterza, Roma – Bari, 1995.

R. Barcaro, Eutanasia. Un problema paradigmatico della bioetica, Franco Angeli, Milano, 1998.

E. de Septis, Eutanasia. Tra bioetica e diritto, Edizioni Messaggero, Padova, 2007.

A. Pertosa, Scelgo di morire? Eutanasia, accanimento terapeutico, eubiosia, Esd, Bologna, 2006.

S. Bock – G. Dworkin – R.G. Frey, Eutanasia e suicidio assistito. Pro e contro, Edizioni di Comunità, Torino, 2001.

 

S. Spinanti – F. Petrelli, Scelte etiche e eutanasia, Paoline, Milano, 2003.

 

C. V. Bellieni – M. Maltoni (a cura di), La morte dell’eutanasia. I medici difendono la vita, Società editrice fiorentina, Firenze, 2006.

 

B. Ars – E. Montero, Eutanasia. Sofferenza e dignità al crepuscolo della vita, Ares, 2004.

 

 

Prof. Filippo Bergonzoni - Docente di Filosofia e Storia nei licei. Collaboratore del Centro di Iniziativa Culturale di Bologna e del Portale di bioetica (www.portaledibioetica.it)

 

 

Articolo in pdf:

 

Il dibattito bioetico sull'eutanasia: distinzioni concettuali e posizioni a confronto (Filippo Bergonzoni, CIC Bologna)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] “L’uomo, nella sua sofferenza, rimane un mistero intangibile” (Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Salvifici Doloris, 11 Febbraio 1984).

 

[2] A livello etimologico il termine deriva dal greco eu-thànatos che significa “dolce morte”. Il primo a introdurre il termine nelle lingue moderne è stato Francis Bacon nel IV libro del De Augmentis Scientiarum (1623), intendendo però con questo termine l’intervento del medico sul paziente (generalmente allo stato terminale), non al fine di dargli la morte, ma per assisterlo ed aiutarlo a “morire bene”. La sua accezione di significato quindi, in sintonia con tutta la tradizione antica ippocratica, è più vicina a quella che nel testo chiamiamo “accompagnamento al mortente”.

Un’analisi storico – filosofica del termine molto accurata è offerta da Massimo Reichlin, L’etica e la buona morte, Edizioni di Comunità, Torino, 2002, pp. 5 – 46.

[3] Dichiarazione sull’eutanasia della S. Congregazione per la dottrina della fede, 5 Maggio 1980.

Cfr. anche negli stessi termini Evangelium Vitae n. 65.

[4] Oltre a questo parametro oggettivo (medico – scientifico) basato sulla proporzionalità – sproporzionalità delle terapie, Elio Sgreccia, Si dà la morte anche omettendo le cure, in “Corriere della Sera”, 23/01/07) segnala un secondo criterio di carattere soggettivo basato sulla volontà del paziente, il quale, in base alle sue condizioni fisiche, psicologiche, sociali ed economiche, può giudicare sul carattere ordinario o straordinario che le terapie assumono nel suo caso. In questo modo triplice diventa la casistica: terapie proporzionate e ordinarie (c’è l’obbligo morale di accettarle); terapie sproporzionate (c’è l’obbligo di evitarle, ordinarie o straordinarie che siano), terapie proporzionate e straordinarie (non sono moralmente obbligatorie, possono essere lecite solo su volontà del paziente). Cfr. su questa dottrina M. Calipari, Curarsi e farsi curare: tra abbandono del paziente e abbandono terapeutico”, S. Paolo, Milano, 2006.

[5] La dottoressa Elisabeth Kubler- Ross, tanatologa di fama mondiale, dopo aver trascorso decenni accanto ai malati terminali ha scritto: “Durante i miei vent’anni di esperienza ho lavorato con migliaia di pazienti; soltanto una volta un moribondo mi ha chiesto un’overdose. Abbiamo cercato di capire da dove venisse quel suo desiderio e abbiamo capito che era la madre a spingerlo verso quella scelta. Bisogna sempre cercare di capire qual è il problema” (E. Kubler-Ross, Impara a vivere impara a morire. Riflessioni sul senso della vita e sull’importanza della morte, Armenia, Milano 2001, p. 40). Mi si permetta di aggiungere anche la testimonianza del Prof. Aldo Mazzoni, medico e coordinatore scientifico del Centro di Bioetica “A. Degli Esposti”, il quale ha più volte dichiarato, dopo aver passato molti anni accanto ai malati terminali di Aids, di non aver mai ricevuto richieste di eutanasia, ma semmai di assistenza, conforto, affetto.

 

[6] Storicamente questo giudizio è stato pronunciato per la prima volta da Pio XII nel suo Discorso ai partecipanti al IX Congresso della Società Italiana di Anestesiologia (1957).

[7] L. Rossi, Duplice Effetto (Principio di), in L. Rossi e A. Valsecchi (a cura di ), Dizionario Enciclopedico di Teologia Morale, Paoline, Cinisello Balsamo 1985, pp. 293 – 308.

[8] H. T. Engelhardt, Manuale di Bioetica, Il Saggiatore, Milano, 1991, p. 126.

[9] E. Sgreccia, Manuale di Bioetica, Vita e Pensiero, Milano, Volume I, p. 484.

[10] Aggiungo un esempio didattico che ho appreso dalla Prof.ssa M. L. Di Pietro. L’errore di molti autori utilitaristi, prima ancora che di tipo etico, è di tipo logico – grammaticale: dimenticano che il termine “persona” è un sostantivo e non un aggettivo. Non posso dire: “Tu sei bella, intelligente , simpatica…e persona!”, proprio perché quest’ultimo è un sostantivo, fondato sull’essenza della natura umana. E’ sulla dignità della persona, ontologicamente connessa ad ogni essere umano, che eventualmente si fondano tutti gli altri aggettivi (bellezza, simpatia, intelligenza…).

[11] E’ questa la posizione, per es. di H. Kuhse, The Sanctity-of-Life Doctrine in Medicine. A Critique, Clarendon Press, Oxford,1985.

[12]  La sigla “T4” sta per Tiergarten 4, l’indirizzo dove si trovava la sede della Cancelleria operativa di Berlino. Cfr. R. J. Lifton, I medici nazisti, Bur, Milano, 2003.

[13] Dichiara invece di non sopportare questo accostamento H. Kung, Della dignità del morire. La difesa della libera scelta, Rizzoli, Milano 1996, p. 101, nota 45, teologo per altro noto per le sue posizioni eterodosse rispetto al Magistero della Chiesa.

[14] Il riferimento obbligato è naturalmente a J. S. Mill, On Liberty (1859) [trad. it. Saggio sulla libertà, Il Saggiatore, Milano 1991]. In campo strettamente bioetico si veda H. T. Engelhardt, L’autonomia come principio cardine della bioetica contemporanea, in Cattorini P, D’Orazio E., Pocar V (a cura di), Bioetiche in dialogo, Zadig. Milano, 1999, pp. 111 – 124.

[15] Per i pazienti non più in grado di decidere autonomamente, secondo alcuni autori, bisognerebbe affidarsi alle eventuali decisioni anticipate espresse dal soggetto, o al giudizio dei familiari, o, al limite, alla valutazione di un apposito comitato etico. Così, per esempio, E. Lecaldano, Bioetica. Le scelte morali, Laterza, Roma – Bari, 1999, pp. 125 – 126.

[16] Cfr. M. Pelliconi, Diventerete come Dio. La bioetica e l’attualità della primordiale tentazione, Itaca, Castel Bolognese (Ra), 1996, p.126.

[17] Questo è l’argomento pietoso che spesso, con una punta di retorica, viene sostenuto dai fautori dell’eutanasia: “I pazienti terminali spesso soffrono dolori così terribili da essere a stento compresi da chi non ha mai avuto la ventura di provarli. Le loro sofferenze possono essere così terribili che non ci piace nemmeno leggerne o pensarci; rifuggiamo persino dalla loro descrizione” (J. Rachels, La fine della vita, Edizioni Sonda, Milano, 1989, p. 160).

[18] Per la precisione, la legalizzazione dell’eutanasia in Olanda è avvenuta sostanzialmente in due fasi: ad una semplice depenalizzazione nel 1993 ha fatto seguito una vera e propria procedura sanitario – amministrativa nel 2001, con una legge entrata in vigore l’1 Aprile 2002. Il primato dell’Olanda è tristemente noto anche per l’accordo intervenuto nell’agosto 2004 tra la clinica universitaria di Groningen e le autorità giudiziarie olandesi, relativo all’estensione della possibilità di eutanasia anche per i bambini sotto i 12 anni, fino all’età neonatale (c.d. “Protocollo di Groningen”). Cfr. E. Verhagen, P.J.J. Sauer, The Groningen Protocol – Euthanasia in Severly IllNewborns, in “New England Journal of Medicine” 2005, 325 (10), p p. 959-962; pubblicato anche in “Medicina e Morale”, 2/2006, p. 365-370.

Un’analisi molto dettagliata della legge olandese (e belga) in materia di eutanasia è offerta da E. de Septis, Eutanasia. Tra bioetica e diritto, Edizione Messaggero, Padova, 2007, pp. 184-284. Si veda inoltre M. Aramini, Eutanasia. Commento giuridico – etico alla nuova legge olandese, Giuffré, Milano, 2003.

[19] Ph. Ariès, Storia della morte in Occidente dal Medioevo ai nostri giorni, Rizzoli, Milano, 1989, pp. 213 – 214.

[20] S. Foglia, Il posto delle fragole. La scelta di morire con dignità, Armenia, Milano, 2002,  p. 41

[21] Sul senso del dolore cristiano è naturalmente fondamentale la Lettera apostolica Salvifici doloris (11/2/1984) di Giovanni Paolo II, ma per la sua straordinaria profondità e sensibilità umana e pastorale segnalo anche il libretto di Don Novello Pederzini, Per soffrire meglio Per soffrire meno, ESD, Bologna, 1998.