La mercificazione della vita e dell’uomo: riflessioni bioetiche

 

Fino a pochi anni fa il corpo umano era ritenuto indisponibile, come attestano le leggi nazionali e internazionali della cultura occidentale. Attualmente comincia a trapelare la possibilità di rapportarsi al corpo umano o a sue parti come ad un bene disponibile. Anche in documenti di rilievo, mentre si afferma in prima battuta il principio tradizionale dell’intangibilità, subito dopo si indicano eccezioni se pure ben circoscritte. La Risoluzione europea sulla clonazione nel gennaio 1998 dice che le ricerche sulla clonazione dell'essere umano sono vietate[1], salvo proseguire così: "la definizione di essere umano dipende da ogni paese".

Questo meccanismo di derubricazione deve indurre ad una profonda riflessione, perchè tale slittamento mostra come sia in corso una modificazione della percezione di cosa sia vita e non vita, vita umana e vita non umana, con ripercussioni via via più marcate.

La medicina è sempre stata una scienza consapevole che l'oggetto del suo intervento è un vivente diverso da tutti gli altri, perché è un vivente intriso di simbolica. Questo ha reso la medicina, anche quando da arte magica si è trasformata in scienza, una scienza antropologica. Il medico è sempre stato medico e filosofo e questo ha connotato la differenza rispetto alla veterinaria. Attualmente la medicina sembra perdere le idealità da cui ha avuto origine: la sua dimensione umana, il senso della condivisione, della con-passione. Non è un caso se sono così frequenti i convegni sull’umanizzazione, sul tema dell'empatia, sul prendersi cura a conferma di una deriva, che sembra caratterizzare la più recente medicina, dal prendersi cura della persona malata a curare la malattia.

 

La scienza moderna

Se vogliamo cercare l’origine di questo spostamento, dobbiamo andare al momento in cui la scienza si fa sperimentale. L’introduzione della misurazione e dell’esperimento non ha solo ripercussioni intrascientifiche, come la modificazione della metodologia scientifica dell’acquisizione del sapere, ma ha ripercussioni extra-scientifiche, perché modifica la direzione e la qualità dello sguardo dello scienziato, spostando l’attenzione dello studioso dalla realtà nel suo complesso alla parte che vuole studiare, della quale astrae la dimensione misurabile.

L'illusione oggi dominante è che sia sufficiente una descrizione completa per comprendere la realtà, nonostante i dati oggettivi neghino questa equivalenza. La riprova di ciò è che è stato sequenziato interamente il DNA del virus legato all'Aids (è costituito da 12 geni), l'azione delle sue proteine stata analizzata eppure non sappiamo ancora quale rapporto hanno le molecole del virus con la vita e la morte per Aids[2]. È una forma di ideologizzazione della scienza, in quanto l’astrazione, momento necessario allo studio preciso dell’oggetto, mette la maggior parte della realtà tra parentesi per concentrarsi sulla riduzione quantitativa, ma questo espediente rappresenta soltanto una parte del processo conoscitivo. L’errore interpretativo si crea quando si esibisce la riduzione sistemica del settore scelto come l'immagine della realtà nella sua interezza. L'illusione o l’ideologia nella e della scienza nasce quando l'astrazione viene dimenticata.

Nelle scienze sperimentali lo strumento diventa l'elemento principale del rapporto tra l'uomo e il mondo, tra l'uomo e i suoi simili. La tecnologia a poco a poco pervade la scienza e tutte le attività umane, tanto che parliamo della nostra come di una società tecnologica, di tecnocrazia. E a poco a poco si perde la dimensione umana come valore di riferimento. E in questo lento processo la scienza, la tecnologia, il progresso stanno sfuggendo di mano all'uomo, il quale, colto ma non più sapiente, sta perdendo la capacità di discernimento, la capacità ermeneutica. Non è un caso che la bioetica sia nata all’indomani di sperimentazioni condotte fuori del rispetto dovuto ad ogni essere umano, sempre anche quando è oggetto di studi scientifici. È nata come una nuova scienza che deve possedere due caratteristiche, essere sapienza cioè coscienza ermeneutica, capacità di mantenere la distanza critica, ed essere ponte capace cioè  di saper usare la ragione, strumentale e riflettente[3].

Quando anche la medicina si fa medicina sperimentale[4], il medico a poco a poco s'allontana dal suo strumento peculiare, l'occhio clinico, per diventare uno scienziato che misura, passando dall'osservazione diretta di un organismo alla percezione numerica comunicata dalla macchina. Ciò che conta non è più l’interezza della persona, ma la parte che mostra una disfunzione

 

Dalla scienza sperimentale alla tecno-scienza

In anni recenti l’intreccio tra tecnica e scienza si fa così inestricabile, da richiedere un neologismo: tecno-scienza. Il legame più delicato è quello tra tecnologia e biologia, tanto più che ormai ad esso si unisce la rivoluzione informatica.

La tecno-scienza è definita come l'invasione del mondo economico nel mondo della scienza[5]. I costi elevati della ricerca richiedono investimenti cospicui, in risposta ai quali è indispensabile realizzare altrettanto vasti profitti. E questo vale anche per la ricerca in campo medico, come mostra il fenomeno dei farmaci orfani, cioè di quei farmaci che, per ragioni prettamente economiche, l’azienda farmaceutica non ha interesse a produrre anche se rispondono ad un bisogno di salute pubblica[6]. Produrre una nuova molecola è un processo lungo (anche più di 10 anni), costoso e aleatorio, perché il risultato non è prevedile con certezza. C’è, quindi, da domandarsi se una ricerca indipendente dal mercato oggi non sia pura utopia, a meno che non sia accompagnata anche da un cambiamento di mentalità e di procedure. Ma la complessità del nostro sistema culturale rende molto difficile apportare modifiche a qualche elemento del sistema, senza agire sulla complessa rete di interrelazioni che lo costituisce, come mostra il fatto che tolleriamo che i Paesi dove ci sono le malattie non abbiano accesso ai farmaci; tolleriamo il gioco perverso del mercato che non trova produttivo ricercare nuove terapie per malattie rare perché le spese elevate non sono assicurate da un adeguato profitto.

Il problema è evidente: può un bene di pubblica utilità mondiale essere sottoposto a brevetto? Il farmaco, che è il mezzo per esercitare un diritto fondamentale (tutelare la salute), può essere sottoposto alle regole del mercato? E questa osservazione vale per tutti i beni essenziali, riguarda quindi l’accesso al cibo e all’acqua[7]. Non è forse questa una forma di mercificazione della vita?

Il problema si pone perché il mercato ricusa qualsiasi considerazione (morale, trascendente, trascendentale, culturale, ambientale...). Se badassimo con più attenzione  al linguaggio, all’uso che ne facciamo, ai neologismi, alle torsioni di significato, ci accorgeremmo che è in atto una pulizia del linguaggio, un’igiene, da tutto ciò che in qualche modo rimanda al concetto di umanità[8]. La stessa Risoluzione Europea sulla clonazione umana terapeutica afferma la punto G: “considerando che una nuova strategia semantica cerca di indebolire il significato morale della clonazione umana,”[9]. Non sono senza ragione alcune espressioni in uso nella letteratura neoliberista che hanno sostituito le vecchie formule: gestione intelligente delle risorse umane, materiale umano, capitale umano.

Se pensiamo alla tecno-scienza ci accorgiamo immediatamente che la sua natura pervasiva porta alla mercificazione di ogni cosa. Un es. è il Progetto Genoma Umano quotato in borsa, per il quale alla fine si è raggiunto un accordo rendendo pubblici i dati ma lasciando la possibilità del brevetto per coprire gli interessi economici[10].

Il convergere di innovazione tecnologica, ricerca scientifica, mercato costituisce un fatto storicamente nuovo ed è ciò che fa parlare di cambio di epoca, anche se a volte sembra che non ci rendiamo ben conto di questo radicale cambiamento[11]. Eppure gli effetti sono evidenti. Da un lato entra subdolamente in crisi il concetto di neutralità della scienza nonostante ci si continui a richiamare ad esso, dall’altro si costituisce la base per un racconto affascinante: il superamento dei limiti naturali dell’organismo umano, proprio perché è attraverso l’organismo che l’uomo conosce e vive la sua finitudine, la sua creaturalità.

 

La medicina

La scienza medica e la tecnica medica sono in grado di prevedere la probabile insorgenza di malattie in un tempo futuro, di prevenire malattie (magari eliminando i malati come ha proposto un celebre premio Nobel italiano[12] in relazione all’anemia mediterranea), di curare sempre meglio e spesso in modo meno invasivo. Parallelo a questo racconto pubblico delle prevenzione-predizione-eliminazione di malattie c’è l’altro racconto, speculare e in sintonia: è nelle nostre mani la possibilità di realizzare questo sogno ancestrale, sedimentato nell’inconscio collettivo, di una vita sana, basta affidarsi alla conoscenza scientifica ed accettare nella comunità umana solo quei soggetti che presentano uno stato di salute accettabile[13]. Anche questo è un aspetto della mercificazione della vita.

Va in questa linea il modo nel quale oggi è vissuta la gravidanza, sottoposta a esami diagnostici per intercettare il concepito affetto da anomalie/anormalità ed eliminarlo, anche in assenza di rischio genetico; la stessa cosa succede con la diagnosi genetica che precede il trasferimento dell’embrione in utero, o diagnosi pre-impiantatoria (DPI), finalizzata alla ricerca dell’embrione sano per trasferirlo in utero e consentirgli di proseguire il suo sviluppo biologico.

Va in questa linea il principio della qualità della vita (QV), inteso come criterio discriminante per decidere la cura adeguata ad un determinato paziente[14] e non come criterio per mettere il paziente in condizioni di poter vivere in modo umano il suo stato di malato o morente. È quanto emerge dal dibattito sull’eutanasia, e in particolare sull’eutanasia neonatale.

Questa è la mentalità di tipo pragmatico-utilitarista, oggi ampiamente diffusa in Occidente. Il concetto di QV è stato formulato in un interessante libro scritto a due mani, dal giurista Binding e dal medico Hoche nel 1922, il cui scopo era formulare una giustificazione medica  e giuridica alla distruzione di alcune vite umane. In esso si afferma che in certe condizioni è meglio non nascere o non continuare a vivere perchè si ha a che fare con una vita che non vale la pena di essere vissuta. Si propone che l’uccisione di costoro non sia da ritenersi omicidio dal momento che si tratta di esseri umani ma non persone, e quindi si dichiari la legalità della loro soppressione. Di qui la loro richiesta di legalizzare l’eutanasia.

È stata la forma di pensiero che ha permesso alla medicina sperimentale di quel periodo di produrre l’evento storico dell’olocausto medico, oggetto del “Processo ai medici” (Doctors’ Trial) discusso a  Norimberga davanti al Tribunale Militare americano d’occupazione, tra l’ottobre 1946 e l’agosto 1947[15].  La sentenza finale della condanna di questi scienziati di fama internazionale per atti contro l’umanità e la dignità dell’uomo porta come appendice il Protocollo di Norimberga, poi ripreso dall’Associazione Medica Mondiale nel 1964 e ribattezzata Dichiarazione di Helsinki. Difficile non riconoscere una certa affinità con l’attuale mentalità sottesa alle procedure di fecondazione in vitro e alla DPI. Infatti lo scopo è selezionare gli embrioni per eliminare quelli con anomalie o anormalità e far nascere quelli sani, o con caratteristiche gradite (dal sesso alla qualità genetica)[16].

 

La mercificazione del corpo umano: i trapianti

Siamo a conoscenza di fenomeni gravi che sono tollerati proprio perché non percepiamo più il corpo e le sue parti come indisponibili, mi riferisco al commercio di organi che si macchia persino del rapimento di bambini per ricavare organi o all'acquisto a basso costo di cornee dai Paesi poveri, del prelievo di organi in condannati a morte[17].

Recentemente a Boston, nel corso dell’American Transplant Congress, i chirurghi americani hanno proposto di legalizzare il commercio degli organi umani. L’idea non è nuova. Fu sostenuta in Inghilterra già nel 2005 durante il convegno dell’Associazione dei medici inglesi. Oggi come allora, la proposta ha sollevato un più che giustificato moto di meraviglia e scandalo, eppure la liberalizzazione del commercio secondo alcuni è una forma per sopperire alla carenza di organi, secondo altri può essere un’utile strategia antiproibizionista: i sistemi sanitari nazionali potrebbero, così, fornire anche organi umani come forniscono i farmaci[18]. Questa proposta, come perverso inno alla mercificazione della vita, costituisce un attacco violento al diritto alla salute, acquisito come diritto umano fondamentale a seguito degli stermini perpetrati nella seconda guerra mondiale. Fu allora infatti che nacquero l’Organizzazione mondiale della Sanità, l’Organizzazione delle Nazioni Unite e fu sancita la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e definito il Protocollo di Norimberga.

La nostra idea attuale di diritti umani è quella riconoscibile nelle Costituzioni degli Stati democratici (come nell’articolo 32 della Costituzione italiana sul diritto alla salute), che sono costituzioni ad impronta personalista. Diventa, quindi, assai curioso che la denuncia dell’attuale eugenetica come forma di mercificazione della vita e del corpo umano sia indicata da alcune correnti di pensiero come una difesa ideologica e non come la difesa dei diritti umani.

 

Concepito (prodotto?)  in  laboratorio

Dai primi anni del 2000 ha cominciato a venire alla luce il caso del commercio degli ovuli umani.

Nell’Africa del Sud, dal 2005, c’è la clinica Cape Fertility Clinic di Newlands che acquista gli ovuli, per lo più da studentesse, per l’equivalente di un mese di stipendio e li rivende alle coppie che ne fanno richiesta per il doppio[19]. Sempre nel 2005 è scoppiato il caso della clinica rumena attiva nel commercio di ovuli in particolare verso la Gran Bretagna. A questo traffico ha risposto la Risoluzione europea del 10 marzo 2005, che richiama la Gran Bretagna a non legiferare per la liceità di questo commercio e in cui condanna la pratica (durante la discussione al parlamento europeo la clinica è stata chiusa), rileva i rischi medici per la donna dovuti all’iperstimolazione[20]. In questa condanna si richiama la tradizione della non commerciabilità del corpo umano e delle sue parti e il rischio di sfruttamento delle donne, soprattutto nei paesi poveri[21]. Invece, il 21 febbraio 2007 l’autorità britannica per la fertilizzazione e l’embriologia umana (Human Fertilisation and Embriology Authority, HFEA) ha autorizzato il dono di ovociti a fini di ricerca, il “dono” prevede un “rimborso spese” di 370 euro[22]. Si tratta di un passo significativo perché fino a questo momento il dono “rimborsato” di ovociti era permesso solo nell’ambito di un trattamento di procreazione assistita, mentre adesso si tratta di donatrici volontarie. I limiti posti riguardano l’esclusione della ricercatrice come donatrice di ovuli finalizzati alla sua stessa ricerca; un’informazione corretta e chiara dei rischi cui può incorrere la donatrice e che abbia già generato figli propri[23].

La necessità di disporre di embrioni per fini scientifici (la loro produzione fuori dalle procedure di procreazione assistita è prevista dalla legge sulla procreazione del 1990) e in particolare per studi sulla clonazione umana terapeutica (legittima in Gran Bretagna fin dal 2001 e per la quale due équipes hanno già ricevuto l’autorizzazione) richiede ovviamente un alto numero di ovociti. Di qui la trasformazione degli ovuli umani in oggetto di scambio, in merce. È il realizzarsi della politica dei piccoli passi, per cui, superata una soglia, il resto deriva da sé.

In questo dimenticare che gli ovuli non sono una materia prima come altre importanti perché rare, ma sono una parte del corpo della donna, che il prelievo richiede una pratica invasiva e non esente da rischi per la sua salute, si può ravvisare la visione riduzionista della tecno-scienza che isola la parte dal tutto, gli ovuli dalla persona. Il commercio di ovuli contraddice i principi del Protocollo di Norimberga, deriva già stata prevista dal 1984[24], rappresenta un’offesa ai diritti umani, un intervento medico non necessario al miglioramento della salute della donna che vi si sottopone e dunque un’offesa alla sua dignità.

Alcuni ricercatori inglesi, all'inizio di ottobre 2006, hanno chiesto alla HFEA il permesso di creare ibridi con ovuli principalmente di vacche o di conigli in una percentuale dello 0,1% e seme di maschi umani, per incrementare la ricerca sulle cellule staminali embrionali, unico freno reale si è rivelata la resistenza delle donne a donare i loro ovociti alla scienza[25]. Conferma che il riduzionismo scientista, appiattito sul solo piano biologico, finisce per perdere il principio di umanità, estraneo per definizione dalla biologia.

 

La mercificazione della medicina

Se diamo uno sguardo alla medicina nel suo insieme, vediamo che c’è una tendenza serpeggiante a trasformare il rapporto medico-paziente in un rapporto contrattuale, interpretando la medicina come servizio al pari di altri in una società dei consumi e del mercato.

Peraltro il mercato è ben evidente in medicina. Tutta l’efficace strumentazione di cui dispone - specie la più recente in medicina nucleare, diagnostica per immagini, chirurgia mininvasiva - gli stessi farmaci non riescono ad entrare nel mercato con regole differenti da quelle dettate dal WTO, con accordi nazionali siglati tra l’industria privata e gli Stati. Il caso degli antibiotici è sintomatico. Da circa 10 anni non se ne producono più, a fronte della tendenza a investire nel biotech. L’ambito delle biotecnologie è, infatti, il settore che attira i massimi investimenti, poiché giova al potere politico portando lo Stato ai vertici dell’immagine di potere economico e scientifico.

Gli interessi dell’industria farmaceutica, specie della big Pharma[26], non sempre coincidono con gli interessi degli ammalati e del Servizio Sanitario Nazionale. Nel marzo 2005 è stato reso pubblico un interessante Rapporto del Parlamento inglese sul tipo di monopolio tenuto dalla grande industria farmaceutica internazionale[27]. Come nota nel suo articolo S. Garattini[28], il Rapporto rimprovera in particolare all’industria di avere il monopolio della sanità a tutti i livelli: dalla scoperta dei farmaci agli studi clinici, dalla promozione dei farmaci ai medici ed ai gruppi di pazienti alla formulazione delle linee-guida relative all’assistenza clinica. Non sempre c’è chiarezza nei criteri di pubblicazione degli studi clinici, infatti capita che alcuni non vengano pubblicati perché, essendo negativi, influirebbero sulle prescrizioni del farmaco. La stessa legge europea non richiede che in relazione al nuovo farmaco che si vuole immettere nel mercato si dimostri un qualsiasi “valore aggiunto”. Il rapporto prospetta la necessità che gli opinion leaders siano in qualche modo obbligati a dichiarare i loro legami con l’industria farmaceutica, come di fatto avviene per le pubblicazioni.[29]

La ricerca è fortemente orientata dagli interessi delle industrie farmaceutiche dal momento che sono pochissime le ricerche autonome o finanziate con denaro pubblico, e questo accresce il divario fra ciò che è oggetto di studio e ciò di cui la medicina necessita. Il criterio di produzione è molto chiaro, come per qualsiasi altro genere di merce ciò che conta è la domanda, quindi si produce nel settore in cui c’è un mercato che può comprare e pagare, o presenta frequenza di patologia. Questa è la ragione, come si è accennato, del fenomeno dei farmaci orfani. Ma c’è anche un altro criterio che guida la produzione di farmaci: si produce e si fa ricerca nel settore dove c’è forte pressione psicologica, per esempio nel settore oncologico, in ambito di AIDS.

In ambito sperimentale si sta affacciando il fenomeno delle sperimentazioni a rischio o delle sperimentazioni nel settore dell’AIDS condotte nei paesi poveri, dove ci sono controlli meno rigidi, i diritti umani non sono rispettati, i grandi documenti internazionali, Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e Dichiarazione di Helsinki, non esistono[30]. Spesso la giustificazione addotta è che, anche se è vero che sono sperimentazioni rischiose per il soggetto, è un modo per permettere loro di curarsi. La fragilità dell’argomentazione è palese, dal momento che si fonda sul concetto che non vi sia altra via per queste popolazioni di poter accedere a terapie, cui le popolazioni del nord del mondo accedono con facilità, che la loro strumentalizzazione a fini economici.

È ancora la mercificazione della vita, che serpeggia anche in ambito umanitario nella figura di certa farmaceutica di beneficenza di farmaci non remunerativi per trarre un beneficio di valore aggiunto con l’immagine etica che ne deriva. Anche questa è una nuova forma di colonizzazione che impedisce un vero sviluppo equo e solidale.

Un altro fenomeno emergente è l’”invenzione” di nuove malattie, troppo delicato per poterci soffermare[31].

 

 

Considerazioni

Da quanto detto traspare come rischiamo di prendere decisioni importanti, nella medicina come in altri settori, comportandoci come se non esistesse più nulla al di fuori dei prodotti da scambiare, del loro valore mercantile, finendo per eliminare tutto quel di più culturale e simbolico che un tempo accompagnava gli scambi[32].

Questo meccanismo porta la riduzione del pensiero al pensiero strumentale, la soppressione dei simboli e della dimensione trascendente, la trasformazione del mistero della vita e della morte nel problema di affrontare una situazione fisio-biologica che va risolta, preludio ad una nuova profonda ridefinizione dell'uomo.

La "desimbolizzazione", cioè la fine dei riferimenti a qualsiasi valore trascendentale o morale a vantaggio esclusivo del valore mercantile, interviene in un momento decisivo per l'umanità, perché per la prima volta l’uomo potrà porsi come modellatore, per non dire creatore, di se stesso. Siamo alle soglie del momento, finora inconcepibile, in cui la specie umana potrà intervenire sul proprio divenire abbandonando la bio-evoluzione per sostituirla con la tecno-evoluzione, l’evoluzione che cammina sotto la guida della tecnica, dimenticando che la tecnica non procede secondo un piano in vista di un futuro, ma procede casualmente [33].

Il grave dal punto di vista etico è che in questa atmosfera tecnocratica la decisione morale è stata a poco a poco sfrattata, così che la tecnologia sembra rimane la sola a poter determinare un'etica, che non può che essere funzionale alla tecnologia stessa, intrinseca a quella stessa mentalità manipolativa. Qualsiasi rilievo che viene mosso alla mercificazione della vita, in qualsiasi settore delle attività umane, viene tacciato di ideologia, quasi che non esista un momento di storia condivisa in cui è stato riconosciuta l’intrinseca dignità di ogni singolo essere umano, dunque mai riducibile ad oggetto di scambio. È proprio il riconoscimento condiviso dei diritti dell’uomo che ci testimoniano il nostro progressivo allontanarci dal principio di umanità. L’etica tecnologica non si presenta come un’etica qualunque, ma come l'etica dell'uomo ormai padrone di sé, aperto alle automanipolazioni biologiche e robotiche, ormai dimentichi che tutta l'etica è fondata su un valore che la biologia ignora: il rispetto della persona umana.

Per questa ragione è indispensabile una riconciliazione tra la scienza e il senso. "Uno dei maggiori tradimenti degli uomini, contro i loro sforzi di civiltà, è la recente separazione di ruoli, con l'abbandono agli uni dei mezzi oggettivi di dimostrazioni, agli altri delle virtù culturali del senso."[34].

 

Mariella Lombardi Ricci

Professore a contratto di Bioetica presso l’Università Cattolica del S. Cuore, Roma (sede parallela di Torino)

 

 

 



[1] Risoluzione del Parlamento europeo sulla clonazione dell'embrione umano - GU C 315 del 22.11.1993 e Boll. 10-1993, punto 1.2.172.

[2] Testart J., La vita in vendita,  Biologia, medicina, bioetica e il potere del mercato, Lindau, Torino 2004; or. Seuil 2001, p.48

[3] V.R. Potter, Bioethics: the Science of Survival; ID. Bioethics. Bridge to the future, Englewood Cliffs (N.J.) 1971

[4] Il metodo sperimentale è introdotto in medicina nel 1865 da Claude Bernard.

[5] controllare tutte le citazioni, non sempre sono perfettamente tradotteSève L., Pour une critique de la raison bioéthique, Jacob, Paris 1994. Dal 1977 esiste il neologismo bio-economia.

[6] In Europa 60 farmaci hanno lo statuto di “farmaci orfani”.

[7] Un esempio è l’acqua che ormai è diventata bene di consumo, come attesta il caso della città di Tozeur. Cf. Lombardi Ricci M., Ambiente e Salute. Aspetti etici e bioetici, Camillianum, 2005/14: 2005/14: 249-270

[9] Risoluzione sulla clonazione umana, approvata il 7 sett. 2000 dal parlamento europeo, http://www.academiavita.org/english/AltriDocumenti/org_int/PARL_EUROPEO/CLONAZIONE/Ris_clo_2000_IT.pdf

[10] Lombardi Ricci M., L’affanno della scienza tra tecnica ed etica, Archivio Teologico Torinese, 2002/1, VIII:100-115; http://www.sibce.it/pubblicazioni/index.html

[11] Interessante su questo il libro Guillebaud J-C, Le principe d’humanité, Seuil, Paris 2001; cfr. http://www.esprit-et-vie.com/article.php3?id_article=99

[13] "Nessun bambino appena nato dovrebbe essere riconosciuto uomo prima di aver passato un certo numero di test riguardanti la sua dote genetica. Se non supera questi test, perde il suo diritto alla vita", così si esprime Francis Crick il coscopritore della struttura del DNA cit. in RIFKIN J. - HOWARD T., Les apprentis sorciers, Ramsey 1979 cit. in Testart J. (a cura di), Le Magazin des enfants, Gallimard, Paris 1990, p. 233

[14] Peraltro la teoria dei QALY lo conferma. Si tratta di una “unità di misura” comunemente usata nell'analisi costi-utilità. Questa dovrebbe valutare, fra l’altro, i risultati di un trattamento in termini di “anni” di vita salvati, ponderati per “qualità” della vita. cioè anni di vita in buona salute. Alla “qualità” della vita viene attribuito un ruolo significativo per determinare le priorità in termini sanitari (Quality Adjusted Life Years), cioè di sopravvivenza “corretta” sulla base di predefiniti indicatori.

[15] Il dossier degli Atti del processo si trova nel volume The medical Case (il caso karl Brandt e altri), citato in de Franco R., In nome di Ippocrate. Dall’ ”olocausto medico” nazista all’etica della sperimentazione contemporanea, F. Angeli, Milano 2001, p.9.

[16] Basta entrare in siti specializzati per avere conferma dell’offerta di embrioni “di buona qualità”. http://www.cryobank.com/index.html Esistono banche di gameti da donatori selezionati o per capacità intellettuali (vincitori di premi Nobel) o per capacità fisiche (vincitori di gare sportive olimpioniche o mondiali), http://www.answers.com/topic/repository-for-germinal-choice, http://www.eugenics.net/papers/eb3.html, http://www.donorsiblingregistry.com/ListRegistry.php?faID=37

[17] In Cina il 95% degli organi per trapianto proviene da condannati a morte, in un vero mercato di organi tra cliniche e polizia, regolamentata davanti ad un tribunale, con consenso del condannato. cf. Synthèse de presse bioéthique du mardi 05/12/06  www.genethique.org Il parlamento cinese nell’aprile 2007 ha approvato una legge che vieta il commercio di organi umani, Internazionale, 13/19 aprile 2007

[18] Notizie riportate in Le Monde, 5 déc 2006, così anche, Libération, Washington Post, The Econimist.

[21] Un articolo pubblicato sul quotidiano inglese Daily Mail il 18 luglio 2006 denuncia il commercio di ovuli provenienti dall’Europa orientale, pagati introno alle 150/300 sterline (tra 220 e 445 euro). Cf  http://www.bio-etica.org/bioetica/index.php?option=content&task=view&id=195 . Anche le donne statunitensi possono vendere i loro ovuli alla cifra compresa tra 5.000 a 15.000 dollari (da 3.920 a 11.700 euro), notizia del Boston Globe, 25 giugno 2006

[22] Le Monde, 23 febbraio 07.

[23] In Spagna e Belgio il compenso è di 900 euro, ma il pagamento viene fatto attraverso un ente pubblico. In Francia si discuterà di un possibile indennizzo nell’ambito della revisione della legge sulle fecondazioni nel 2008.

[24] Contraddice infatti l’art. 4 che riguarda l'esclusione di qualunque danno fisico non necessario e sofferenza non necessaria. È quanto si verifica per il prelievo di ovuli che necessita di iperstimolazione ovarica. Cf. De Vilaine A.-M., Sortir de l'histoire, in Testart J, (a cura di), Le magazin des enfants, cit., pp.194-216

[25] The Telegraph, 01/03/07

[26] Tra le maggiori firme figurano Bristol-Myers Squibb, Pfizer, GlaxoSmithKline, Schering Plough

[28] Cf. l’articolo di S. Garattini,  Big Pharma, è monopolio, Il Sole 24 Ore Sanità - 3-9/5/2005  in http://www.marionegri.it/1115733838.d2.asp

[29] Gli autori che pubblicano ricerche scientifiche nelle più prestigiose riviste scientifiche devono dichiarare l’assenza di conflitto di interessi con l’azienda relativa allo studio che pubblicano.

[30] Per questo il ruolo dei Comitati Etici è fondamentale, ma devono essere costituiti da persone che, pur valide nel proprio ambito professionale, si aggiornano continuamente perché il settore della ricerca è davvero estremamente delicato.

[31] Blech G., Gli inventori delle malattie. Come ci hanno convinti di essere malati, Linadu, Torino 2006, or. 2003.

[32] Questo spiega l’accettazione di un ritmo di lavoro che vede molte giovani coppie abitare in una città e lavorare in due città differenti, con ripercussioni sulla vita di famiglia.

[33] Hottois G., Il paradigma bioetico. Un’etica per la tecnoscienza, Rubbettino, Messina 1996 (or.1990, DE Boeck-Wesmael, Bruxelles), p.90

[34] Testart J., Des hommes probables, Seuil, Paris 1999, p.272