| In Francia la legislazione sull'eutanasia sta procedendo
nella direzione di una serie di emendamenti facilitativi. Nell'attesa
di una riflessione dell'ebraismo italiano, SHALOM propone ai lettori
l'intervista a Rav Brand realizzata da Frank Serfati per la radio
"Judaïc-FM".
JUDAIC-FM: Nella tradizione ebraica esistono testi
che prevedono l'eutanasia in senso affermativo dicendo che si
può abbreviare la vita, o in senso negativo asserendo che la vita
racchiude un valore fondamentale, e che non la si può abbreviare
in alcun caso?
RAV BRAND: La domanda deve essere posta nel senso di sapere
chi ci consente o chi ci impedisce di togliere la vita a qualcuno
e quale sistema bisogna utilizzare, per stabilire ciò che è lecito
e ciò che è vietato. L'essere umano da solo può, attraverso la
propria riflessione, pensare che questa vita valga o meno la pena
di essere vissuta? Come dobbiamo regolarci? Chi stabilirà i principi
e le leggi? Io da solo, la società nel suo insieme, o piuttosto
una cerchia di persone, abbiamo il diritto di decidere della vita
o della morte? Che tipo di approccio dobbiamo attuare nei confronti
del problema?
Colui che ignora l'esistenza della Torah è condannato
a essere solo con i suoi pensieri e dovrà dunque confrontarsi
con questa problematica. E la sua decisione sarà presa partendo
dalla sua stessa riflessione. A quali conseguenze può portare
questo percorso? Esiste un gioco di parole che dice : eutanasie
= état nazis (eutanasia = stato nazista): c'è stato qualcuno
tra il 1933 e il 1945 che aveva riflettuto e deciso. L'origine
dei sei milioni della Shoà, l'origine del problema è che una persona
o un gruppo di persone decidono di avere il diritto di decidere
chi merita di vivere e chi non lo merita. Mentre la Torah ci dice
che il divieto di uccidere non è stato inventato dall'uomo. È
il Creatore del mondo che ha detto ad Adamo, il primo uomo che
Lui ha creato: "Non uccidere" e l'ha ripetuto a Noè,
e l'ha ripetuto una terza volta sul Monte Sinai al popolo ebraico
e al mondo intero: "Non uccidere". Piuttosto la domanda
deve essere posta diversamente: esistono casi eccezionali in cui
l'uomo ha il diritto di sopprimere la vita?
Innanzitutto, vediamo se esistono eccezioni che diano
diritto all'uomo di uccidere. Troviamo la legge che riguarda una
persona che metterebbe in pericolo la vita di un altro essere
umano: "Chi viene ad ucciderti, alzati ed uccidilo".
L'esempio di qualcuno che mi aggredisce, che attenta alla mia
vita, è un caso in cui la Torah mi dà il permesso (se non il dovere)
di uccidere il mio aggressore. Questa legge che stabilisce che
ci si può difendere dal proprio aggressore sarebbe stata inventata
dagli uomini? No, lo apprendiamo nella Parashà Mishpatim (Esodo
22,1): "Se il ladro è colto nell'atto di scassinare e viene
percosso e muore, non vi è delitto di sangue". Ciò dimostra
che D-o stesso ha riservato una parte della Scrittura per affermare
che in questo caso è permesso. Esistono altri casi, tutti quelli
riguardanti la morte che deve essere sentenziata da un tribunale
debitamente abilitato. Ma è consentito perché la Torah l'ha detto
apertamente. E se la Torah non l'avesse detto, non avrei nemmeno
avuto il diritto di salvaguardare la mia vita e di uccidere il
mio aggressore. Così, immaginiamo il caso in cui un aggressore
mi costringa ad uccidere un'altra persona. Avrei il diritto di
uccidere un altro per salvare la mia vita, obbedendo al mio aggressore?
No, la Torah non me lo permette, ciò è vietato: non si ha il diritto
di uccidere qualcuno per salvare la propria vita, tranne nel caso
in cui si uccida l'aggressore stesso.
Dunque, per tornare alla domanda sull'eutanasia,
il cammino da seguire secondo la Torah deve essere il seguente:
il principio generale è "Non uccidere" e questo principio
è applicabile in tutti i casi fin quando non abbiamo prove che
esista un permesso esplicitamente citato nella Torah inerente
al caso eccezionale. Cosi, nessuno può pretendere che la Torah
permetta di uccidere le persone con gli occhi non azzurri col
pretesto che non ne ha comandato il divieto. Il ragionamento deve
essere inverso: fin quando la Torah non espliciti il permesso,
ciò resta formalmente interdetto. Noi disponiamo di testi che
affrontano lo specifico problema del termine della vita di una
persona. Questa vita, collocandosi appena qualche istante se non
qualche giorno prima della morte, quella di un agonizzante ad
esempio, può essere considerata come una vita a parte intera,
nel vero senso del termine? Prima di vedere i testi, riflettiamoci
un po'. Come definire la vita? Vita di gioie, vita di sofferenze?
C'è un senso alla sofferenza? Gli ultimi istanti della vita sono
importanti? Possono essere considerati come una "vita"?
Quale speranza di vita, quale durata di vita deve essere considerata
come soglia al di sotto della quale sarebbe lecito accorciare
la vita? Un anno, un giorno, dieci secondi? Cosa si può fare d'importante
in dieci secondi? Sappiamo che a volte gli ultimi secondi servono
a redigere il testamento! O a dire una parola ai figli prima di
morire. E forse questa parola è più importante di tutto ciò che
è stato detto in vita. Chi può affermare che questi istanti non
siano importanti? Non vi sono state delle persone che hanno potuto
dire o fare delle cose molto importanti, forse per il mondo intero,
negli ultimi istanti della loro vita, durante la loro sofferenza?
Abbiamo il diritto di considerare meno importanti questi momenti
e di affermare che ciò non costituisce una vita al punto che si
possa decidere di abbreviarla? Ecco gli argomenti sui quali riflettere.
JUDAIC-FM: Esistono quindi due principi. Nel diritto laico,
in linea generale, certi uomini fanno e disfanno la legge in funzione
delle generazioni, degli ambienti sociali, culturali, intellettuali
e filosofici, mentre la tradizione ebraica non è fondata su regole
di origine umana, ma divina.
Lei ha posto la seguente problematica: chi ha il
diritto di decidere della qualità di una vita e chi può, a partire
da questo principio, decidere eventualmente di abbreviare una
vita? Ma vi è una risposta più precisa della Torah sul problema
dell'eutanasia?
RAV BRAND: Abbiamo dei testi riguardo a un moribondo, un agonizzante,
e di qualcuno che desiderava abbreviargli la vita. Abbiamo una
Mishnà nel trattato di Shabbat (cap. 23 michnà 5) che dice che
è vietato muovere un agonizzante in quanto ciò può abbreviargli
la vita, fosse anche di qualche secondo, e che chi trasgredisce
questo divieto è chiamato assassino. E questa legge è ripresa
nella halakha (Shulchan Aruch YD 339, 1 Rambam Hilkhot
Evel 4,5) per dire che è considerato assassino non soltanto a
livello morale ma anche a livello di halakha, cioè giuridico.
Così dunque chiunque provoca la morte di un agonizzante è colpevole
di omicidio e meriterebbe di conseguenza la pena capitale alla
stessa stregua di un omicida che uccide in maniera premeditata
(Rambam Hilkhot Rotzéah 2,7).
JUDAIC-FM: Ma se l'agonizzante stesso chiede a un medico
o a una persona a lui vicina di abbreviargli la vita per accorciargli
le sofferenze, la terza persona diventa colpevole in questo caso?
RAV BRAND: Poniamo la domanda in altro modo: se un parente
stretto del malato chiede al medico di abbreviare la vita dell'agonizzante,
il medico ha il diritto di ascoltarlo? Se stabiliamo che abbreviare
la vita di un moribondo è paragonabile ad un vero e proprio omicidio,
e se una terza persona mi chiede di farlo, io mi troverei in una
posizione simile a quella di un sicario. Ma se è il malato stesso
che lo chiede? Il malato stesso è "proprietario della sua
vita"? Noi abbiamo un testo fondamentale nel Pentateuco,
la Parashà Noah (Genesi 9,5): "Voi non avete il diritto
di versare il vostro sangue per voi stessi...". I nostri
saggi hanno spiegato che "il vostro sangue per voi stessi"
fa riferimento al divieto di togliersi la vita, di suicidarsi,
che è dunque situabile alla stessa stregua di un assassinio (Rambam
Hilkhot Rotzéah 2,3).
Ciò detto, esiste un caso eccezionale come quello
di una persona costretta all'immoralità. La Ghemarà racconta nel
Trattato di Ghittin (57b) il caso di quattrocento giovani trasportati
in una barca dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme per
essere venduti per scopi immorali. La Ghemara ha dato ragione
a questi giovani del fatto di essersi suicidati, sapendo che sarebbero
stati utilizzati per fini immorali e che il loro intento era di
sfuggire a questi atti di immoralità. Al di fuori di questo caso,
non ci è consentito di suicidarci. Il moribondo si trova dunque
nell'obbligo di rispettare la sua vita al pari di chiunque si
trovi vincolato al divieto di abbreviare la sua vita. Quindi non
ha alcun diritto di chiedere ad un medico o ad una terza persona
di togliergli la vita.
Tornando alla nostra Mishnà relativa al divieto di
muovere un agonizzante, questa legge è ritrascritta nel Codice
di Shulhan Arukh Yoré Déâ 339,1. Bisogna aggiungere che
se massaggiando un malato è possibile prolungargli la vita, ciò
diventa allora permesso, poiché si tratta di un atto di prolungamento
della vita. Questo si evince dal Trattato Yoma 83a. Ciò detto,
non significa che siamo ad ogni costo obbligati a prolungare artificialmente
la vita senza che vi sia speranza di miglioramento, quando il
moribondo soffre terribilmente e continua a vivere nella sofferenza.
JUDAIC-FM: Questa regola si applica a quelle che si chiamano
cure palliative, vale a dire cure che tengono in vita in modo
più o meno artificiale, sapendo che le funzioni organiche sono
totalmente estinte?
RAV BRAND: Ciò è paragonabile alla macchina per la respirazione
artificiale. C'è un responso del Tsits Eliezer a questo proposito,
vale a dire che se il cervello non funziona più, non ci sono più
possibilità di far rivivere il malato, e si vuole fermare la macchina,
ci troviamo davanti al caso che ho citato con lo Shulhan Arukh:
ciò che provoca il mantenimento della vita in modo artificiale
impedendo la morte può essere arrestato. Evidentemente non si
tratta di provocare la morte, ma di fermare ciò che impedisce
la morte nel momento in cui sopraggiunge, cosi come è detto nel
Sefer Hassidim (234) a proposito delle parole del re Salomone
nell'Ecclesiaste 3,2: "Un tempo per nascere e un tempo
per morire": "e quando giunge il momento della
morte, non si è tenuti ad allungare artificialmente la vita per
non provocargli la sopportazione di dure sofferenze". |