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"L'eutanasia e il suicidio assistito" A cura del Gruppo di lavoro sui problemi etici posti dalla scienza,
nominato dalla Tavola Valdese, composto da persone appartenenti alle chiese
evangeliche e attive nell’ambito della ricerca, dell’università e della chiesa Sul presente documento il Sinodo
del 1998 si è espresso con un proprio atto. Premessa Il dibattito sull’eutanasia e il
suicidio assistito si è notevolmente ampliato negli ultimi anni interessando
sempre più da vicino tanto il grande pubblico quanto le categorie coinvolte
nella cura dei malati inguaribili. Il presente documento intende
approfondire questa delicata materia. Il primo capitolo contiene la spiegazione
dei termini impiegati nel dibattito e precisa il loro significato.
Successivamente il documento espone lo stato del dibattito. In terzo luogo esso
passa in rassegna le situazioni cliniche nelle quali il problema si pone. Il
quarto capitolo discute alcuni orientamenti e proposte e l’ultimo capitolo
infine esamina più da vicino gli aspetti di ordine etico e pastorale emersi nei
punti precedenti. Due sono le argomentazioni di
maggior rilievo: la prima si appella al rispetto per l’autonomia del paziente
(numeri 2.8 e 5.6); la seconda estende il concetto di cura fino a includervi
l’aiuto offerto a chi intende morire dignitosamente (numeri 4.3 e 5.4). 1 – Definizioni 1.1 L’eutanasia può essere
definita in senso lato come qualsiasi atto compiuto da medici o da altri,
avente come fine quello di accelerare o di causare la morte di una persona. Questo
atto si propone di porre termine a una situazione di sofferenza tanto fisica
quanto psichica che il malato, o coloro ai quali viene riconosciuto il diritto
di rappresentarne gli interessi, ritengono non più tollerabile, senza
possibilità che un atto medico possa, anche temporaneamente, offrire sollievo. 1.2 L’eutanasia attiva consiste
nel determinare o nell’accelerare la morte mediante il diretto intervento del
medico, utilizzando farmaci letali (ad esempio un barbiturico ad azione rapida
che induce il coma e una dose elevata di cloruro di potassio, che determina
l’arresto cardiaco). Questo è il significato che attribuiremo al termine
eutanasia nel proseguimento della discussione. 1.3 Il suicidio assistito indica
invece l’atto mediante il quale un malato si procura una rapida morte grazie
all’assistenza del medico: questi prescrive i farmaci necessari al suicidio (si
tratta in genere di barbiturici o di altri forti sedativi o ipnotici) su
esplicita richiesta del suo paziente e lo consiglia riguardo alle modalità di
assunzione. In tal caso viene a mancare l’atto diretto del medico che
somministra in vena i farmaci al malato. 1.4 Il termine eutanasia passiva
viene invece utilizzato per indicare la morte del malato determinata, o meglio
accelerata, dall’astensione del medico dal compiere degli interventi che
potrebbero prolungare la vita stessa: un esempio potrebbe essere rappresentato
dall’astensione dal trattare con terapia antibiotica un malato di demenza di
Alzheimer, oppure un neonato gravemente deforme, con breve aspettativa di vita,
colpito da polmonite. In realtà, sarebbe opportuno non utilizzare il termine
eutanasia in tal senso; è invece preferibile in questo caso parlare di
astensione terapeutica. 1.5 In altri casi i medici
devono ricorrere, per mantenere in vita una persona, all’impiego di apparecchi
meccanici oppure alla nutrizione totale mediante sonda o fleboclisi o ad
entrambi i mezzi. Si definisce allora come sospensione delle cure la decisione
di fermare questi interventi, con il risultato della morte dell’individuo,
peraltro in tempi non sempre rapidi. 1.6 La morte può anche essere
causata o accelerata dall’impiego in dosi massicce di farmaci, come ad esempio
la morfina o i suoi derivati, somministrati allo scopo di alleviare sintomi
quali il dolore o la dispnea. In questi casi la morte non è la conseguenza di
un atto volontario del medico, ma piuttosto un effetto collaterale del
trattamento. 2 – Stato del dibattito 2.1 In oncologia, l’argomento
trova sempre più spesso spazio nelle riviste specializzate e nei congressi
medici. Fra il 1991 e il 1996 è possibile identificare 296 citazioni sul
suicidio assistito in riviste oncologiche, mentre nel decennio 1981-1990 le
citazioni erano solo 21. Nel numero di febbraio 1997 del Journal of Clinical
Oncology, organo ufficiale dell’American Society of Clinical Oncology,
troviamo un editoriale e due articoli sul suicidio assistito. Questo dato è
particolarmente interessante, specie se si aggiunge alla crescente frequenza
con cui è possibile trovare tale argomento nei programmi dei più importanti
congressi di oncologia, in quanto fino a pochi anni fa esso non trovava posto
in sedi dove la discussione riguardava esclusivamente le procedure diagnostiche
e i protocolli terapeutici delle malattie neoplastiche. 2.2 A questi dati occorre poi
aggiungere quelli riguardanti altre malattie croniche, specialmente le
patologie neurologiche come il morbo di Alzheimer e le gravi lesioni permanenti
del sistema nervoso. 2.3 Si può in generale rilevare
quindi un crescente interesse verso il termine della vita, focalizzato
soprattutto sulla qualità del periodo terminale della vita e del morire. 2.4 Non c’è alcun dubbio sul
fatto che si vada intensificando la percezione che le tecnologie mediche sempre
più complicate e costose siano in grado di allungare la vita, ma non
necessariamente di migliorarne la qualità. 2.5 È interessante rilevare come
la discussione porti sempre in primo piano il ruolo del medico nel porre
termine anticipatamente alla vita. Il problema quindi non è tanto se sia lecito
o no troncare volontariamente la vita, ma se sia lecito che il medico assista
il malato nel suicidio o procuri la morte con un atto deliberato. Ciò comporta
un profondo mutamento nel ruolo del medico stesso, che si trasforma da chi agisce
esclusivamente per tenere in vita il suo paziente il più a lungo possibile in
chi svolge un ruolo attivo nel procurare la morte, quando non vi siano più
possibilità di conservare al paziente una dignitosa qualità di vita. È questo
aspetto del problema che sembra incontrare la più fiera opposizione negli
ambienti medici. 2.6 D’altro canto, si rilevano
prese di posizione contrarie all’eutanasia e al suicidio assistito fondate su
argomenti giuridici, poiché la giurisprudenza in vigore nella maggior parte dei
paesi considera tali atti come veri e propri omicidi; nella particolare
situazione del suicidio assistito, mentre l’atto del suicidarsi non è mai
considerato un reato, lo è invece il prestare aiuto, il facilitare il suicidio
stesso. 2.7 Sul piano più strettamente
etico, uno degli argomenti che ricorrono più spesso nelle argomentazioni
contrarie all’eutanasia è certamente quello che si richiama alla
"sacralità" della vita: per un’etica religiosa essa è data all’uomo
da un Creatore che è il solo a poterne disporre e non è lecito alla creatura
intervenire attivamente per abbreviare anche di poco la sua durata. Solo Dio è
padrone della vita e della morte. Ma anche un’etica non esplicitamente radicata
nella religione fa talvolta riferimento all’intoccabilità della vita,
implicitamente riconoscendole un valore sacro e in qualche modo
"soprannaturale". 2.8 Contro queste argomentazioni
si situa il diritto del malato di poter decidere di porre termine a
un’esistenza divenuta intollerabile. Egli chiede perciò al medico di esercitare
le sue conoscenze non più per mantenerlo in vita, ma per condurlo rapidamente e
in maniera indolore alla morte. 2.9 In realtà, poiché molteplici
e complesse sono le situazioni di fronte alle quali ci si trova, è necessario
esaminare le condizioni nelle quali può sorgere la richiesta di eutanasia o di
suicidio assistito. 3 – Situazioni cliniche 3.1 I malati di cancro sono le
persone dalle quali più spesso può venire la richiesta di eutanasia o di
assistenza al suicidio. Molti tumori maligni sono oggi suscettibili di essere
trattati con diverse modalità terapeutiche: la chirurgia, la radioterapia e la
chemioterapia, da sole o in combinazione, oppure in sequenza, sono in grado di
prolungare notevolmente la vita dei malati di tumore, anche se il numero di
quelli guaribili è ancora decisamente basso. Come conseguenza, nella maggior
parte dei casi, questi malati vivono con la loro malattia per diversi anni,
sottoponendosi a trattamenti rilevanti, che causano a loro volta disturbi (si
pensi alle menomazioni prodotte da alcune chirurgie demolitive, oppure agli
effetti collaterali della radioterapia e della chemioterapia). Nel momento in
cui il tumore si diffonde progressivamente nell’organismo, esso determina
l’insorgere di sintomi molto gravi: dolori spesso intensissimi, estrema
debolezza, vomito, dispnea, paralisi e perdita di controllo degli sfinteri.
Anche se le cure palliative correttamente impiegate sono in grado di
controllare in parte questi sintomi, qualche volta il dolore o la dispnea sono
tali che i farmaci a disposizione hanno solo degli effetti parziali. In questo
stadio il paziente può considerare il suo stato intollerabile e richiedere al
medico di intervenire per accelerare la morte. 3.2 La condizione dei malati di
Aids è esemplificativa degli atteggiamenti possibili di fronte alla certezza
della morte e alla previsione abbastanza precisa di quanto ci si può attendere
nel resto della vita. Si tratta di persone consapevoli del fatto che la loro
malattia può in certi casi essere prolungata per alcuni anni. Dopo un periodo
anche abbastanza lungo di sieropositività, esse andranno soggette ad infezioni
opportunistiche e a diverse forme di tumore maligno con effetti devastanti
sulle condizioni di vita, fino alla fine. 3.3 La malattia di Alzheimer ha
in genere un decorso di molti anni dal momento dell’esordio, caratterizzato da
una perdita della memoria specie per i fatti recenti. Nell’evoluzione della
malattia, le facoltà intellettuali si deteriorano progressivamente. Tuttavia,
le persone colpite sono in grado di condurre, per tre o più anni, una vita
relativamente piena. Solo negli stadi terminali si assiste a una totale
incapacità di svolgere le funzioni vitali più elementari. È importante rilevare
come in questo caso, come nelle forme più rare di demenza senile e presenile,
non ci si trovi in pratica mai di fronte a un’esplicita richiesta di affrettare
la morte. Piuttosto, è possibile che il medico debba decidere se ottemperare o
meno ad un testamento biologico (living will) nel quale l’individuo
abbia espresso in anticipo il desiderio di non essere curato per prolungare
l’esistenza in una simile situazione. 3.4 In altre malattie
neurologiche a decorso ingravescente, come la sclerosi multipla e la sclerosi
laterale amiotrofica, si assiste a una progressiva perdita delle capacità
motorie dell’organismo. Eventi improvvisi, in genere dovuti a disturbi
circolatori, possono analogamente rendere impossibile qualsiasi movimento
tranne quello degli occhi. La persona colpita diventa quindi incapace di
svolgere anche le più elementari funzioni della vita, come spostarsi, mangiare,
provvedere all’igiene e ai bisogni corporali, mentre le facoltà intellettuali
restano perfettamente integre. Di qui può scaturire la decisione consapevole
del malato di richiedere al medico di porre termine alla sua esistenza. 3.5 Situazioni abbastanza simili
si possono osservare anche nel corso di altre gravi malattie croniche, come
l’artrite reumatoide. In tutti questi casi si assiste a quello che viene in
genere indicato come un "grave impedimento cronico". La gravità
dell’impedimento è naturalmente un dato difficilmente quantificabile: una
persona affetta da una devastante forma di artrite deformante, che le impedisca
di svolgere un’attività professionale sulla quale si concentri tutto
l’interesse dell’esistenza, può ritenere il suo stato più intollerabile di
quanto non lo avverta invece un individuo che svolga un’attività
prevalentemente intellettuale e che si trovi immobilizzato in un letto. 3.6 I rapidi progressi delle tecniche
di rianimazione e delle terapie intensive consentono di mantenere in vita anche
per lunghi periodi di tempo individui che hanno subito gravi lesioni cerebrali.
Essi dipendono totalmente dalle macchine per la respirazione e da sonde
gastriche per la nutrizione. Molto spesso le funzioni cerebrali sono in queste
persone totalmente e irreversibilmente distrutte e non esiste alcuna
prospettiva di un seppur minimo recupero. Si parla allora di "stato
vegetativo persistente". Le decisioni richieste ai medici curanti
riguardano in questi casi la sospensione delle tecniche rianimatorie: in
pratica, il paziente è "lasciato morire". 3.7 Esistono poi molte
situazioni nelle quali il medico non si trova di fronte a vere e proprie
malattie gravemente invalidanti o a sintomi fisici intollerabili, ma che
ugualmente possono determinare in una persona il nascere e il consolidarsi
della convinzione che la sua vita si sia esaurita e non vi sia alcuna ragione
di prolungarla ulteriormente. Si pensi in particolare alla situazione degli
anziani, i quali spesso presentano gravi e multiple limitazioni delle capacità
fisiche e psichiche, accompagnate dalla sensazione di essere "di
peso" ai familiari. In queste circostanze un’eventuale richiesta di
eutanasia ha da essere valutata con estrema cautela, anche perché spesso
nasconde sintomi di depressione, curabili sia farmacologicamente, sia con un
supporto psicologico. 4 – La ricerca di orientamenti 4.1 Da un lato, la sospensione
delle cure alle persone che si trovano in uno stato vegetativo persistente, è
stata ritenuta eticamente accettabile in molte sentenze emesse da diverse corti
di giustizia, specie nei paesi anglosassoni. Non sempre, tuttavia, la morte in
questi casi segue immediatamente la sospensione delle terapie, specie quando
questa riguarda l’eliminazione della nutrizione e della somministrazione di
liquidi: l’ammalato può morire per il digiuno e la disidratazione, fra
sofferenze facilmente immaginabili. È quindi giustificato chiedersi in quale
misura sia più accettabile lasciar morire una persona, piuttosto che
accelerarne la morte con un’iniezione di farmaci letali. 4.2 Le maggiori controversie
riguardano naturalmente l’eutanasia (attiva) e l’assistenza al suicidio. Di
solito ci troviamo di fronte a persone che la medicina ha tenuto in vita per
lunghi periodi, grazie a tecnologie sempre più complesse. Queste persone hanno
consapevolmente accettato i trattamenti che il medico ha loro proposto: è
comprensibile che gli possano chiedere, quando egli abbia chiaramente spiegato che
la medicina non è più in grado di controllare i sintomi, non solo di sospendere
ogni altra inutile cura, ma di intervenire attivamente per accelerare la morte,
in modo indolore e rapido. Quando siano rispettate le condizioni di libera
scelta, non esiste alcun valido motivo per costringere una persona a prolungare
una sofferenza che egli reputa inutile e disumana. 4.3 L’opposizione della maggior
parte dei medici, sulla base del loro dovere di fare tutto il possibile per
mantenere in vita il malato, a praticare l’eutanasia, andrebbe riconsiderata
alla luce di un concetto di medicina che comprende anche l’imperativo di
evitare inutili sofferenze. Coloro che praticano la medicina hanno il dovere di
applicare nel modo più completo ed efficiente le conoscenze e le tecnologie a
disposizione. Occorre tenere sempre presente che simili strumenti non sono fini
a se stessi, ma sono da utilizzare nell’ottica di una cura globale del paziente
inteso come totalità della persona e pertanto essi possono essere impiegati per
abbreviare sofferenze non altrimenti eliminabili. 4.4 Come si è accennato in
precedenza, uno degli argomenti ricorrenti contro l’eutanasia e il suicidio
assistito è quello della sacralità e intangibilità della vita. È certamente
vero che la vita rappresenta il valore supremo che va rispettato e
salvaguardato come tale. Tuttavia è lecito chiedersi che cosa si intende
esattamente e correntemente per vita. Esiste una condizione biologica,
rappresentata dall’insieme delle funzioni biochimiche cellulari, dalla
riproduzione cellulare, dal funzionamento dei vari organi. Queste funzioni,
seppure con complessità crescente dagli organismi unicellulari fino ai primati
e al genere umano, sono fondamentalmente simili in tutti gli esseri viventi.
Ciò che distingue la vita umana è l’insieme delle esperienze, delle relazioni
con le altre persone, delle gioie, dei dolori e delle sofferenze, delle
speranze nel futuro, delle attese, degli sforzi per rendere degna e umana la
vita. In altri termini, è necessario distinguere la vita biologica dalla vita
biografica: quando la vita biografica cessa, come nel caso di uno stato
vegetativo persistente, oppure divenga intollerabile, come nelle malattie
terminali, deve essere presa in considerazione l’eventualità di porre termine
alla vita biologica. 4.5 L’introduzione nella prassi
medica e nella legislazione di una qualche forma di liceità dell’eutanasia e
del suicidio assistito suscita il timore di uno scivolamento verso altre forme
di accelerazione della morte anche in persone inconsapevoli o non consenzienti.
La società potrebbe incamminarsi su un pericoloso "pendio scivoloso" (slippery
slope), al termine del quale potremmo accettare di sopprimere legalmente
anziani, disabili, disadattati. Poiché la bioetica nasce dopo la seconda guerra
mondiale e dopo gli orrori del nazismo, il vivo ricordo delle esperienze della
Germania hitleriana esercita senza dubbio una forte influenza nel generare e
rendere vivi e presenti questi timori: il periodo nazista viene considerato
come la prova dello scivolamento dall’eutanasia volontaria a quella
involontaria e alla progressiva erosione di ogni regola etica. In realtà la
politica dei nazisti nei confronti dei deboli, dei malati e in genere degli
individui ritenuti non adatti alla nuova società ariana fu iniziata e attuata
violando il codice penale tedesco e suscitò la reazione, peraltro inutile, del
ministero della Giustizia. Questa politica non ha nulla a che vedere con l’idea
e la pratica dell’eutanasia com’è oggi intesa. Non si hanno notizie di casi di
eutanasia volontaria richiesta da malati di cancro o da persone affette da
malattie croniche nella Germania di Hitler. Pertanto, utilizzare questo
argomento per opporsi all’eutanasia sembra perlomeno poco fondato storicamente
e scorretto sul piano dialettico, poiché tende ad accostare due fenomeni
radicalmente diversi. 4.6 La posizione dell’opinione
pubblica al riguardo ha subito negli ultimi anni significativi mutamenti.
Nell’Oregon (Usa) nacque nel 1987 la Hemlock Society, un’organizzazione
non-profit, che sponsorizzò nel 1991 la presentazione di una proposta di legge
in favore del suicidio assistito al Senato di quello stato. La proposta non fu
mai discussa, ma nel 1994 i cittadini dell’Oregon approvarono, con una
maggioranza del 52% di voti favorevoli, la legge oggi nota come "Death
with Dignity Act", che consente ai medici di prescrivere i farmaci
necessari al suicidio a favore di un paziente, purché egli sia cittadino
dell’Oregon, abbia una previsione di vita non superiore a sei mesi e vi sia il
parere favorevole di altri due medici. In un referendum svoltosi nel novembre
1997 i cittadini dell’Oregon, questa volta con una maggioranza del 60% a
favore, hanno respinto una proposta d’abrogazione della legge. Molti medici si
sono espressi contro tale legge. Una posizione nettamente contraria è stata
presa dall’American Medical Association. Non è ancora chiaro come e in
che misura essa sarà applicata, anche perché la Drug Enforcement Agency
(Agenzia di controllo sui farmaci) ha minacciato di sospensione della licenza i
medici che prescriveranno farmaci per aiutare un paziente a commettere
suicidio. È in ogni modo interessante rilevare che sulla stampa specializzata
degli Usa sono state numerose le prese di posizione sostanzialmente favorevoli
alla legge e critiche nei confronti dei medici, accusati di scegliere di
prolungare le sofferenze degli ammalati piuttosto che farsi coinvolgere in una
scelta indubbiamente difficile. 4.7 Al Parlamento europeo l’on.
Léon Schwartzenberg ha presentato, come relatore, un Documento di lavoro nel
luglio 1990 e un Progetto di relazione nel febbraio 1991, sull’assistenza ai
malati terminali, nei quali l’eutanasia attiva e il suicidio assistito sono
visti come possibilità accettabili e rispettose della dignità e dell’autonomia
dei pazienti. I due documenti non risultano essere stati ulteriormente
discussi. 4.8 Con riferimento
all’esperienza dei Paesi Bassi, occorre anzitutto ricordare che per il codice
penale olandese l’eutanasia è considerata un crimine, ma è trattata in una sezione
separata del codice. La legislazione attuale trae origine da una serie di
avvenimenti e processi iniziati nel 1973, anno di fondazione della Società
olandese per l’eutanasia volontaria. Nel 1985 la Commissione di stato
sull’eutanasia propose di emendare il codice penale in modo tale che la morte
provocata a una persona su esplicita e ripetuta richiesta di questa non fosse
considerata un crimine a condizione di essere data nel contesto di buona
pratica medica e che la condizione del malato fosse senza possibilità di
miglioramento. Questa proposta non fu mai accolta come tale e il codice penale
non fu mai modificato. Bisogna ricordare che l’Associazione medica olandese ha
ripetutamente espresso parere favorevole all’eutanasia e queste prese di
posizione hanno influenzato non poco le decisioni del Parlamento. 4.9 Nel 1991 la Commissione
Remmelink riportò al Parlamento che i casi d’eutanasia andavano stimati fra
2.000 e 8.000 l’anno e segnalò circa 400 casi di suicidio assistito. Le
richieste di eutanasia erano circa tre volte più numerose di quelle praticate:
in due terzi dei casi quindi era stata trovata dal paziente e dal medico una
scelta alternativa all’eutanasia, oppure il malato era deceduto prima della sua
messa in atto. In circa 1.000 casi i medici segnalavano di aver praticato
l’eutanasia senza esplicita richiesta del paziente. Fino al 1990 i casi di
eutanasia segnalati dai medici olandesi erano relativamente pochi: nel 1990 ne
furono segnalati 454, nel 1994, 1.424. Contemporaneamente sono nettamente
diminuiti i casi sottoposti a procedimento penale: da due su dieci segnalati
nel 1983 a quattro su 1.322 nel 1992. 4.10 Questi mutamenti rilevanti
sono senza dubbio conseguenti alla nuova normativa in vigore in Olanda, attuata
dal governo olandese a partire dal 1990 e trasformata in legge il 1º giugno
1994. Secondo questa normativa, il medico che opera l’eutanasia deve rispettare
precise condizioni: vi deve essere una ripetuta, confermata, volontaria
richiesta da parte del malato; lo stato del paziente deve essere così grave da
rendere intollerabile la sofferenza e non vi deve essere più alcuna possibilità
di intervento medico; prima di praticare l’eutanasia il medico deve consultarsi
con un collega esperto, che non abbia prima avuto in cura il paziente. Dopo la
morte del paziente, il medico segnala il caso all’autorità giudiziaria: solo il
procuratore del distretto può decidere se sono stati rispettati i criteri
previsti e di conseguenza autorizzare la sepoltura senza intraprendere un
procedimentopenale nei confronti del medico. 4.11 L’evoluzione delle norme
sull’eutanasia in Olanda costituisce un esempio di come un contesto culturale
particolarmente attento agli interessi di tutte le componenti sociali (la gran
maggioranza dei cittadini dei Paesi Bassi da tempo si è dichiarata favorevole
alla depenalizzazione dell’eutanasia) e una posizione aperta e non dogmatica
della professione medica possono consentire di raggiungere su questioni
drammatiche delle soluzioni accettabili. È pur vero che sono segnalati circa
1.000 casi l’anno di eutanasia su pazienti che non avevano espressamente
indicato la loro volontà in tal senso; essi devono certamente preoccupare e far
riflettere, ma il fatto che si conoscano i termini del problema consente di
intervenire per ridurli e se possibile eliminarli. Essi non stanno comunque ad
indicare che l’Olanda si sia incamminata su un pendio scivoloso: possiamo,
infatti, supporre che casi del genere si verificassero ben prima che la nuova
normativa fosse accettata e che una pratica simile esista anche nei paesi nei
quali l’eutanasia non è accettata. 4.12 L’eutanasia e il suicidio
assistito, praticati in un contesto di precise regole e di controlli validi, ma
non vessatori, nei confronti tanto del paziente quanto del medico, costituiscono
un’espressione di libertà dell’individuo nel momento in cui egli giudica che la
medicina non sia più in grado di migliorare il suo stato e che l’esistenza,
ulteriormente prolungata, sarebbe intollerabile. È opportuno sottolineare come,
in definitiva, solo l’essere umano pienamente cosciente sia in grado di
decidere se la propria vita sia ancora degna di essere vissuta; donne e uomini
sono responsabili delle loro vite e delle loro scelte e nessuno, medico,
istituzione religiosa o società, può in ultima analisi imporre l’obbedienza a
valori non condivisi. 4.13 Tenendo conto di tutto
quanto detto in precedenza, una ponderata depenalizzazione dell’eutanasia e del
suicidio assistito non implicano necessariamente rischi incontrollabili per la
società; conseguentemente dovremmo evitare di esprimere la nostra opinione in
conformità a principi astratti e valori nei quali non tutti i cittadini di un
paese sono tenuti a riconoscersi. 4.14 L’espressione di libertà
implicita nella richiesta di eutanasia presuppone una completa e adeguata
informazione e discussione fra medico e paziente sullo stato della malattia e
sulle prospettive di vita e di morte, sempre che il paziente desideri essere
informato fino in fondo sulle proprie condizioni. Non è immaginabile parlare di
eutanasia quando, come avviene spesso in un contesto culturale quale quello
italiano, si dicono al malato pietose bugie o gli si concedono mezze verità,
ergendogli intorno una barriera che vorrebbe essere di protezione e che invece
non fa altro che sottrarre al paziente dignità e libertà (quando non ha lo
scopo principale di evitare ai familiari e al medico l’imbarazzante compito di
affrontare con il malato argomenti sui quali essi non sono assolutamente
preparati a discutere). 4.15 Certamente l’esperienza degli
altri paesi e in particolare dell’Olanda, che ha depenalizzato l’eutanasia,
deve essere studiata e trasferita in altre realtà sociali con estrema cautela.
Riteniamo tuttavia che anche per l’Italia sia giunto il momento di affrontare
la questione e di iniziare un cammino anche legislativo che stimoli la
discussione tanto nell’opinione pubblica quanto nell’ambito dei medici, delle
professioni sanitarie e delle chiese. 5 – Considerazioni etiche e pastorali 5.1 Da un punto di vista
pastorale la distinzione tra eutanasia attiva e astensione terapeutica è
importante e merita di essere sottolineata. L’astensione terapeutica infatti
rispetta, pur non completamente, il tempo di attesa della morte, con una sua
propria ritualità che l’accompagnamento pastorale conosce dalla tradizione.
L’eutanasia attiva invece non rispetta questo tempo di attesa, ma lo anticipa.
E questo anticipare implica un’azione diretta, immediata, da parte
dell’intervento medico, che deve essere assunta in tutte le sue implicazioni. 5.2 Se l’etica medica può
motivare e giustificare la sua azione sulla base di valutazioni antropologiche
generali, è possibile motivare e giustificare questa stessa azione da un punto
di vista pastorale? Quali argomenti possono essere addotti, in un’ottica etico-pastorale,
per confutare o accettare la domanda del malato grave e la disponibilità del
medico al suicidio assistito? 5.3 A queste domande non è
facile dare risposte esaurienti. Probabilmente non esistono risposte
esaurienti, né per chi intende motivare la scelta per l’eutanasia attiva, né
per chi intende confutarla. Il conflitto tra principi e norme è sempre
largamente soggettivo. Ciò che può permettere di dire di sì alla richiesta di
un malato grave di interrompere la sua vita può nascere soltanto da una
profonda relazione con il suo stato di sofferenza e di dolore. L’accoglienza di
una domanda di suicidio assistito può essere assunta da un accompagnamento
pastorale che tiene aperta la dimensione di conflittualità che tale decisione
implica, per il malato inguaribile, per il medico, per la figura pastorale, per
i familiari. Una conflittualità che tuttavia non può sottrarsi all’insistenza
della domanda e alla percezione del dolore e della sofferenza che esigono una
risposta nel qui e ora. Non si tratta di cercare giustificazioni o
legittimazioni all’azione che si compie per difendere il "diritto alla
vita" di chi vuole poter morire. Si tratta piuttosto di prendere atto che
non vi sono giustificazioni etiche e pastorali dirimenti per opporre un rifiuto
di principio. Ciò a cui non si può sfuggire è la domanda che l’altro mi rivolge
con insistenza e che io percepisco in tutta la sua gravità. 5.4 Fino ad oggi, in ambito
cristiano, a parte alcune eccezioni, è prevalso un giudizio negativo nei
confronti dell’eutanasia attiva. Esso si fonda sulla Bibbia e soprattutto sulla
morale cristiana, e si riassume nell’affermazione che Dio solo è colui che dà
la vita e la può togliere, da cui l’affermazione dell’intangibilità o della
"sacralità" della vita. Intervenire in questa relazione di vita e di
morte vorrebbe dire"prendere il posto di Dio". Ma significa veramente
sostituirsi a Dio accogliere la domanda di un malato grave che intende porre
termine alla sua vita? Si sottrae a Dio una parte della sua signoria sul mondo
e sulla vita accogliendo la richiesta di un malato grave di poter morire? O si
mette in questione il potere acquisito dalla medicina moderna di mantenere in
vita un corpo che produce dolore senza più poter accedere a un senso della
vita? E ancora, dietro a questa onnipotenza della medicina non si nasconde una
difficoltà ad affrontare la propria morte? 5.5 L’etica cristiana e la
pastorale devono fornire delle risposte credibili di fronte alla sofferenza e
al dolore, devono assumerli fino in fondo, senza divagare, senza proiettarli
irresponsabilmente in una dimensione di autoredenzione. La sofferenza e il
dolore non producono salvezza, sono dimensioni dell’esistenza umana da
accettare, ma anche da combattere, in sé non hanno nulla di positivo. Ma ciò
non va confuso con il fatto che molte persone si aprono alla fede nel tempo
della malattia e della sofferenza e che sia precisamente questo tempo a gettare
nuova luce sull’esistenza. Un tempo di malattia e di sofferenza che provoca
nuovi interrogativi sulla vita e sulla morte, stimolo di nuova spiritualità,
ricerca di fede che può assumere una dimensione terapeutica. La domanda di
eutanasia attiva nasce anche su questo terreno, sul terreno di una fede viva e
consapevole. E dal momento che la fede personale non è mai disgiunta da una
relazione di comunità, il singolo ha bisogno del supporto relazionale delle
persone che lo circondano e di quello della comunità cristiana di appartenenza. 5.6 Nell’ambito della pastorale
si parla molto del rispetto della spiritualità del malato. Ma questo rispetto
sembra arrestarsi improvvisamente di fronte alla richiesta del malato
inguaribile che chiede di poter morire. Quasi che questa domanda nascesse da un
mondo che non gli appartiene. Che cosa impedisce di leggere anche questa
domanda come segno di una spiritualità viva e cosciente, radicata nel Dio della
vita e nelle sue promesse? Con quale autorità spirituale posso io contrastare
la libertà e responsabilità di un alt ro di decidere il tempo della sua morte
quando il vivere è un’umiliazione quotidiana senza speranza? Qual è la fonte
dell’autorità che mi impone di costringere una persona inguaribile a continuare
a vivere una vita di morte? Chi sono io per sottrarre al malato inguaribile
questo diritto di poter morire? Da quale parte sta il Dio della vita e della
promessa? Dalla parte del non-senso del dolore acuto di un malato inguaribile o
dalla parte del suo umano desiderio di morire? Per quanto paradossale possa
essere, in una tale situazione accogliere la domanda di morte significa accogliere
la domanda della vita, accogliere il diritto di morire coscientemente la
propria morte. Il medico che accoglie questa domanda del malato inguaribile
l’accoglie all’interno di un lungo processo di cura e di relazioni. Il medico
che si rende disponibile al suicidio assistito o all’eutanasia non commette un
crimine, non viola alcuna legge divina, compie un gesto umano, di profondo
rispetto, a difesa di quella vita che ha un nome e una storia di relazioni. Roma, 7 febbraio 1998 Il Gruppo di
lavoro sui problemi etici posti dalla scienza |