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Questioni bioetiche relative alla
fine della vita umana Il Comitato Nazionale per la Bioetica, fin dalla sua
istituzione, che risale - come è noto - al marzo del
1990, ha ritenuto indispensabile entrare nel merito del complesso insieme delle
questioni che fanno della fine della vita umana uno dei più grandi, se non il
massimo problema della bioetica. E lo ha fatto per
gradi, secondo quella che è ben presto divenuta una sua prassi. Il 15 febbraio 1991 il CNB ha approvato il documento
intitolato Definizione e accertamento della morte nell'uomo. Pochi mesi dopo,
esso ha preso in considerazione la Proposta di risoluzione sull'assistenza ai
pazienti terminali approvata dalla Commissione per la protezione dell'ambiente,
sanità pubblica e tutela dei consumatori del Parlamento Europeo ed ha con
lodevole sollecitudine pubblicato il 6 settembre 1991 un proprio Parere in
merito. Sulla base di queste due elaborazioni si è fatta strada nel Comitato
la convinzione che fossero maturati i tempi per affrontare il tema in una
prospettiva più ampia e generale; nel 1994, grazie in particolare
all'iniziativa del Prof. Eugenio Lecaldano,
che ne diveniva coordinatore, veniva formalmente attivato un gruppo di lavoro,
al quale davano la propria adesione Mauro Barni,
Giovanni Berlinguer, Paolo Cattorini,
Isabella Coghi, Francesco D'Agostino, Luigi De Cecco,
Gilda Ferrando, Carlo Flamigni, Renata Gaddini De Benedetti, Aldo Isidori,
Giancarla Landriscina, Corrado Manni,
Paolo Martelli, Silvio Merli, Lucio Pinkus, Pietro Rescigno, Giovanna Rossi Sciumè,
Elio Sgreccia, Sergio Stammati,
Carlo Augusto Viano e ai quali successivamente si
aggiungevano i nomi di Luigi De Carli e Gaetano
Salvatore. La prima e insieme la principale difficoltà, che il
gruppo di lavoro è stato chiamato ad affrontare, è stata quella
dell'articolazione stessa del documento, per mantenerlo entro limiti
ragionevoli a fronte della complessità della materia e della pressoché
sterminata letteratura bioetica in argomento; non secondaria difficoltà è stata
quella di acquisire una rigorosa documentazione soprattutto in ambiti, per dir
così, di frontiera, come quello della medicina palliativa (a tal fine il gruppo
si è giovato anche di una audizione di esperti, quali
i Proff. Vittorio Ventafrida, Francesco Campione e Numa Cellini,
avvenuta il 15 dicembre 1994). Le riunioni che il gruppo ha tenuto nel
1994 (e in particolare il 15 luglio, il 6 ottobre, il 20 ottobre e il 24
novembre) hanno avuto come risultato la
predisposizione - sia pur a livello di bozza - di diversi capitoli del
documento finale, che veniva così acquistando una sua prima configurazione. Una imprevista difficoltà, nell'iter del lavoro del gruppo,
è stata però quella cagionata dal rinnovo del CNB, a seguito del decreto del
PCDM del 16 dicembre 1994. Con questo decreto cessavano di far parte del
Comitato - tra coloro che avevano dato la loro
adesione al gruppo - i Proff. Ferrando, Flamigni, Landriscina, Martelli,
Merli e Viano. Per solidarietà nei loro confronti
presentavano immediatamente le loro dimissioni i Proff.
Berlinguer e Lecaldano,
che, malgrado le affettuose insistenze di tutto il
nuovo Comitato, riunito appositamente in seduta plenaria, dichiaravano di non
voler recedere dalla loro decisione. Il gruppo perdeva così, oltre a parecchi
dei propri componenti, anche il coordinatore. Il rischio di veder così vanificato un intenso lavoro,
svolto ad alto livello, diveniva tangibile: questo è stato uno dei primi
problemi con cui mi son dovuto confrontare, assumendo
ai primi di gennaio del 1995 la presidenza del CNB. La
soluzione che mi è sembrata migliore - e che credo lo sia effettivamente stata,
almeno se si considera la conclusione della vicenda - è stata quella di
assumere personalmente la guida del gruppo, di chiamare a farne parte altri membri
e di considerare tutti i lavori già elaborati e discussi
dal gruppo nel 1994 come un'ottima base di partenza per la definitiva messa a
punto del documento. Il 18 febbraio aveva così luogo una nuova riunione del
gruppo di lavoro, arricchito dall'adesione di Paolo Benciolini,
Vittorio Danesino, Adriana Loreti
Beghè, Vittorio Mathieu,
Lucio Pinkus, Carlo Romanini
e Everardo Zanella. A Vittorio Mathieu
veniva affidato il compito di redigere un capitolo
assolutamente nuovo, di carattere strettamente filosofico; i materiali già
elaborati in precedenza dai Proff. Cattorini, Barni, Manni venivano invece ripresi,
rivisti e integrati, così come il capitolo giuridico finale, già in precedenza
elaborato dal sottoscritto. Il gruppo tornava a riunirsi il 22 aprile e il 19
maggio; nella seduta del 16 giugno tutto il materiale elaborato veniva
globalmente e accuratamente discusso, per essere infine portato all'attenzione
di tutti i membri del CNB nella seduta plenaria del 14 luglio 1995, che ha dato
formalmente la propria unanime approvazione sia ai singoli capitoli che compongono il documento che alle Sintesi e raccomandazioni
con cui esso si apre. E' assolutamente superfluo richiamare l'attenzione del
lettore sulla rilevanza bioetica di questo testo, che ora viene
dato alle stampe. Esso è testimonianza di uno sforzo non comune, che ha
accomunato studiosi di diversa formazione e di diversa ispirazione: come
Presidente del Comitato e come testimone della sincerità e della gravosità del
loro impegno, mi sia consentito ringraziarli tutti di cuore. Il Presidente
Francesco D'Agostino. Sintesi e raccomandazioni Il tema della morte, e, più in generale, quello della
fine della vita umana, possiede una rilevanza assolutamente primaria per l'autocomprensione dell'uomo. Probabilmente esso non è
propriamente un tema, ma il tema fondamentale della nostra esistenza,
l'orizzonte che la circoscrive globalmente (anche se nel nostro tempo appare
ordinariamente sottaciuto, se non addirittura rimosso) poiché investe la radice
stessa del rapporto che noi siamo in grado di stabilire con noi stessi e con il
mondo esterno. Proprio perché si tratta di un tema inglobante, il CNB
è consapevole di quanto inadeguato non possa non
essere ogni discorso ed ogni considerazione al riguardo. Così come è consapevole di quanto articolato sia il ventaglio di
teorie, di dottrine, di interpretazioni, di speculazioni, di prospettive in
ordine ad esso. Ed è altrettanto consapevole di come su di esso
e a partire da esso muovano non solo i messaggi di vita, di speranza e di
salvezza delle grandi religioni universali, ma anche quelli di innumerevoli
piccole comunità di fede, di pensiero e di vita, dal carattere a volte aperto e
attivo, a volte chiuso e forse settario, ma sempre meritevoli di attenzione e
rispetto. Il tema della morte -il CNB,
bisogna ripeterlo, ne è ben consapevole- supera di gran lunga i confini della
riflessione bioetica che il Comitato è chiamato ad elaborare. Nello stesso
tempo, però, esso costituisce un tema bioetico
fondamentale, che non può essere eluso, proprio a ragione della sua assoluta
radicalità: per questo il CNB ha ritenuto fosse proprio dovere affrontarlo,
senza per questo presumere non solo di poterlo trattare esaustivamente,
ma anche di poterlo adeguatamente impostare. Questa premessa è necessaria perché il lettore
percepisca esattamente il senso del lavoro che si snoda nei capitoli del
presente documento. Il CNB non ha voluto (né comunque
l'avrebbe ritenuto lecito) sindacare le visioni del mondo di carattere
religioso, filosofico, etico o anche meramente ideologico che comunque
investono -anche se solo marginalmente- il tema della morte. Ha rinunciato di
conseguenza alla sistematica elencazione e valutazione delle diverse possibili
posizioni, diacroniche e sincroniche, che sono esistite ed esistono in merito,
anche se ha riflettuto doverosamente e approfonditamente su di esse. Il CNB si è prefisso un obiettivo: prendere apertamente
posizione non nei confronti di dottrine, ma nei confronti di problemi bioetici che il tema della fine della vita umana pone oggi
e con assoluta urgenza alle coscienze dei singoli e alla coscienza sociale in
generale. Il CNB sa bene che le posizioni da esso
prescelte non sono le uniche ipotizzabili o argomentabili; sa che ne esistono
ben altre, autorevolmente proposte, e dichiara di rispettarle per come esse
meritano; ma ciò non di meno intende presentare al lettore -senza alcuna
ambiguità- le proprie posizioni, quelle che a seguito di approfonditi
dibattiti, portati avanti in piena scienza e coscienza, il CNB è giunto a
condividere e che si ritiene pertanto doveroso portare alla conoscenza della
pubblica opinione. Le posizioni bioetiche del CNB sono riassumibili nei
seguenti punti fondamentali: 1. La morte non può essere considerata alla stregua di
un mero evento biologico o medico: essa appartiene ad un ordine completamente
diverso, rispetto a quello cui appartiene l'evento
morboso. Mentre questo incide (in misura più o meno significativa)
sull' identità del soggetto, la morte sta paradossalmente a fondamento stesso
di questa identità: essa è portatrice di un significato, nel quale va ravvisata
la radice della dignità stessa dell'uomo. La morte infatti
propone all'uomo un compito propriamente morale: quello di trovare un senso che
guidi e sostenga la sua libertà, che come libertà umana trova la sua radice
nella consapevolezza da parte del soggetto della propria invincibile caducità.
La rimozione culturale della morte, che è tipica del nostro tempo, così come la
sua esclusiva medicalizzazione, costituiscono pertanto
problemi tra i più rilevanti per la riflessione bioetica. 2. L' assoluta diversità di ordine
che intercorre tra evento morboso e morte rende ragione del perché
l'accanimento, volendo prolungare indebitamente il processo irreversibile del
morire, sia riprovevole. Il CNB auspica che si diffonda sempre più nella
coscienza civile e in particolare in quella dei medici, la consapevolezza che l' astensione dall' accanimento terapeutico assume un
carattere doveroso. 3. Il CNB riconosce senz'altro rilievo morale alle
direttive anticipate di trattamento, ma manifesta la propria perplessità quando
queste acquistano il carattere di veri e propri testamenti di vita, perplessità
che si fanno particolarmente gravi soprattutto nei confronti di
alcune versioni di essi, di cui è possibile riscontrare oggi una sempre
maggior diffusione. Non entra qui in discussione, naturalmente, la retta
intenzione di coloro che se ne fanno paladini, considerandoli un tentativo di
mantenere in vita la voce del paziente al di là delle sue
possibilità biologiche di esprimerla. A giudizio del CNB non è comunque possibile riconoscere un valore perentorio a tali
direttive, ma eventualmente quello di mero orientamento del comportamento di
chi assiste il paziente. 4. La medesima assoluta diversità di ordine
che intercorre tra malattia e morte, a cui sopra si è accennato, rende invece
ragione dell' alto valore bioetico che a giudizio del
CNB possiedono le cure palliative. Queste infatti
trovano la loro sostanza non nella pretesa illusoria di poter strappare un
paziente alla morte, ma nella ferma intenzione di non lasciarlo solo, di
aiutarlo quindi a vivere questa sua ultima radicale esperienza nel modo più
umano possibile, sia da un punto di vista fisico che da un punto di vista
spirituale. Volte primariamente ad alleviare il dolore in generale, e in
particolare quello dei malati terminali, le cure palliative hanno allargato e
continuano ad allargare il loro orizzonte e il loro ambito di
azione e si presentano nel nostro tempo come uno dei campi in cui la
moderna medicina manifesta la sua vocazione profonda di cura, in senso globale,
quindi non solo fisico, ma anche psicologico e esistenziale, dei sofferenti. Il
CNB richiama l'attenzione della pubblica opinione su quanto meritevole sia il lavoro svolto dalle numerose associazioni di
volontariato che si prodigano nel campo della palliazione
ed è convinto che il loro esempio possa e debba ampiamente diffondersi. Il CNB
auspica inoltre che lo studio delle metodiche delle cure palliative possa
trovare una sempre maggiore presenza nella formazione del personale sanitario. 5. Infine, il CNB si è esplicitamente soffermato sul
problema dell' eutanasia, considerandolo in
prospettiva strettamente giuridica, interrogandosi cioè sui risvolti etici di
una possibile legislazione eutanasica. Ed è giunto alla conclusione che nessuna legislazione
propriamente eutanasica possa avere valore bioetico. Il CNB non ignora la situazione obiettivamente
drammatica di tanti malati terminali e ritiene che mai come in questa ipotesi sia necessario distinguere una valutazione di
casi singoli, e ciascuno a suo modo irripetibile, da una valutazione di
possibili norme di carattere generale e astratto finalizzate alla
legalizzazione di atti eutanasici, di cui si auspichi
l'introduzione nell'ordinamento giuridico positivo. Le considerazioni che qui
si riassumono vanno lette appunto come aventi per
oggetto norme, non singoli atti. Il CNB ha cominciato col distinguere varie
ipotesi, che spesso nel linguaggio e nell'opinione comune vengono
accomunate sotto la generica denominazione di eutanasia, e si è soffermato con
particolare attenzione su quella che ad avviso di molti sarebbe l'unica a
meritare propriamente la qualifica di eutanasia, cioè l'uccisione diretta e
volontaria di un paziente terminale in condizioni di grave sofferenza e su sua
richiesta (come è noto, è proprio su questa forma di eutanasia che si incentra
il dibattito attuale sulla legalizzazione della "buona morte", che in
alcuni ordinamenti giuridici contemporanei è stata non solo depenalizzata, ma
addirittura resa oggetto di una normale -anche se tragica- procedura
sanitario-amministrativa). Le valutazioni operate dal CNB possono così
rapidamente riassumersi: si è ritenuto lecito e degno di rispetto da parte dei terapeuti il rifiuto del paziente di sottoporsi alla
terapia, purché libero, attuale e consapevole (secondo le indicazioni già
elaborate dal CNB nel documento Informazione e consenso all'atto medico, del 20
giugno 1992); si è ritenuto lecito ogni intervento di carattere palliativo
(secondo le linee cui sopra si è fatto cenno); si è ritenuta doverosa la
sospensione da parte del medico di ogni accanimento terapeutico; si è ritenuta
illecita ogni forma di eutanasia eugenetica e di eutanasia su neonati
malformati (tema questo, peraltro, che il CNB si impegna ad approfondire in un
prossimo documento); si è ritenuta gravemente illecita ogni forma di eutanasia
operata su di un paziente non consenziente. 6. In ordine infine alla valutazione di qualsiasi
possibile legislazione eutanasica su paziente
consenziente il CNB è giunto alle conclusioni che qui
si riassumono. Il CNB è convinto che per propria natura un atto normativo non
possa disciplinare adeguatamente situazioni singolari, tragiche e irripetibili come quelle eutanasiche.
Per farlo, esso dovrebbe infatti individuare comunque
una procedura di carattere inevitabilmente astratto, (come sono inevitabilmente
astratte le formule dei c.d. "testamenti di vita"), una procedura che
implicherebbe di necessità il coinvolgimento impersonale, appunto perché
formalizzato giuridicamente, di almeno due soggetti, il "paziente" e
"l'operatore" (in genere il medico), colui cioè che dà e colui che
riceve il mandato eutanasico. E qui si situa la
difficoltà radicale di ogni possibile legislazione eutanasica e che per il CNB è bioeticamente
insuperabile: che rilevanza giuridica (e quindi formale) dare a questo
"mandato"? O esso non è sindacabile da parte dell' operatore
e allora questi è tenuto ad intervenire anche quando, in coscienza, ritiene non
sussistenti le circostanze di fatto che il paziente indica (o aveva a suo tempo
indicato) come giustificanti l'eutanasia (si pensi al caso in cui un nevrotico
ritenga a torto di esser malato di tumore): la materialità dell' intervento eutanasico entrerebbe in questa ipotesi in profonda
contraddizione non solo con la deontologia medica, ma col principio ancora più
generale che vede solo nella convinzione l'eticità di un atto (infatti in
questa ipotesi il medico sarebbe costretto ad agire contro la propria
convinzione). Oppure tale mandato è sindacabile e allora il paziente non sarà
mai sicuro che i propri desideri verranno
effettivamente adempiuti dall'operatore; ciò significa affidare al medico un
potere ultimativo di vita e di morte sul paziente: un potere che si vorrebbe
naturalmente radicato nelle migliori intenzioni soggettive del terapeuta, ma
che, una volta formalizzato legalmente, acquisterebbe la natura anonima e
oggettiva che possiede ogni potere riconosciuto dal diritto. Il CNB ritiene non
etico riconoscere ai medici un simile potere. E
ritiene di conseguenza che ove questo potere fosse legalizzato (come peraltro è
già avvenuto in alcuni ordinamenti giuridici) esso non solo altererebbe
profondamente e irrimediabilmente l'identità della professione medica, ma la
stessa fiducia che i consociati devono nutrire nel diritto. Accanto alla
preoccupazione sopra espressa, il CNB ne nutre diverse altre, che concernono
più che l'eticità di una legislazione eutanasica in
se stessa, quella dei suoi possibili e probabili effetti socio-culturali:
l'indebolimento della percezione sociale del valore della vita, la possibilità
di tragici abusi resi indiscernibili dalla
permissività della legislazione, il disimpegno pubblico nei confronti
dell'assistenza ai morenti, la concreta possibilità di scivolare verso forme di
eutanasia non volontaria. 7. Alla fine di questo elenco
di indicazioni e raccomandazioni, il CNB ritiene indispensabile ribadire la
propria presa di posizione (adeguatamente formulata nel documento Bioetica e
formazione nel sistema sanitario del 7 settembre 1991) in ordine alla
educazione del personale nel comparto della sanità. Un adeguato sostegno all' ars moriendi richiede che la
rigorosa preparazione tecnico-scientifica del personale sanitario sia integrata
da una corrispondente preparazione bioetica, che arricchisca la tradizione
scientifica (spesse volte riduzionistica) della
moderna medicina con una doverosa sensibilità antropologico-relazionale.
La rilevanza di questo punto appare al CNB assolutamente
primaria. Presentando queste valutazioni bioetiche fondamentali, il CNB
si augura che nel nostro paese si attivi, anche grazie allo sforzo di
riflessione affidato a queste pagine, un serio dibattito sulla bioetica della
morte. Eludere o peggio che mai rimuovere il problema non è
degno né di una società civile come la nostra, che è chiamata a costruire il
futuro proprio (e quello delle generazioni che verranno) democraticamente: non
a partire da pregiudizi o ideologie, ma da serene e approfondite valutazioni
etiche, politiche e sociali. Il CNB auspica che le proprie posizioni
siano lette e discusse col rispetto che esso dichiara
di nutrire verso tutte le posizioni diverse, su cui il Comitato ha riflettuto
pur senza farle proprie. Comitato Nazionale di Bioetica |