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LA TERAPIA DEL
DOLORE: ORIENTAMENTI BIOETICI Premessa Il dolore accompagna da sempre la
vita umana, ha molteplici significati, e, fino a tempi recenti,
l’umanità non ha conosciuto mezzi efficaci per eliminarlo o per ridurlo. Nella
valutazione etica, il dolore è stato a lungo associato all’idea di castigo. Ad
esempio, nell’Antico Testamento Dio si rivolge alla donna che ha peccato con
queste parole: "Moltiplicherò le tue pene ed avrai i figli nel
dolore", e nel Corano la mancanza di fede è colpita da "castighi
dolorosi". La stessa concezione caratterizza la fase barbarica della
giustizia umana, al punto che il termine "pena" ha assunto il duplice
significato di dolore e condanna. Questa idea di castigo ha anche impregnato il
comune sentire della gente. Si è fatta strada, tuttavia, nell’epoca moderna,
un’altra interpretazione secondo la quale il dolore non è un castigo da
accettare supinamente, ma costituisce la connotazione che accompagna il male e
lo distingue dal bene: non va, quindi, subìto, ma va inteso come un segnale
d’allarme da spegnere non appena ha assolto il suo compito. L’analisi biologica del fenomeno porta spesso a
conclusioni analoghe. Il dolore è un meccanismo nello stesso tempo fisiologico,
giacché segnala i danni e i pericoli, e patologico,
quando si trasforma in malattia. Protegge la donna che partorisce, frenando la spinta del feto prima che diventi devastante per i tessuti
circostanti. Segna il confine tra lo sforzo sopportabile dall’organismo e
quello che lo stroncherebbe. Avverte l’esistenza di una malattia, dovunque essa
si annidi, quando è ancora latente o incipiente. Si manifesta maggiormente
durante la notte, quando gli altri sensi che possono segnalare i pericoli sono
sopiti. Il dolore si trasforma in patologia quando va oltre il suo ruolo
fisiologico. Diventa allora controproducente, impedendo alla partoriente
d’aiutare il figlio che nasce. Aggrava le crisi cardiache, aumentando la
pressione del sangue e sottoponendo l’apparato circolatorio ad un carico che
può essere fatale. Rende insopportabili molte malattie croniche ben al di là delle loro manifestazioni somatiche, togliendo a
chi ne soffre la capacità di reagire e, al limite, la stessa voglia di vivere. Non esiste dolore, inoltre, senza un’integrazione
psichica di questo fenomeno che ne condiziona l’intensità. C’è l’attesa del
dolore che ingigantisce un evento semplicemente temuto. C’è, al contrario, la
rimozione del dolore, che si osserva durante un combattimento, anche in presenza di gravi ferite. C’è infine il dolore che accompagna
la sofferenza non del corpo, ma della mente ferita da avvenimenti
traumatizzanti, come la perdita di una persona cara o l’avvertire un senso
interiore d’impotenza o inutilità, come avviene nella depressione endogena. A ben guardare, la sofferenza, o suffering, è sempre un’esperienza
psichica, anche quando nasce dal corpo. Il termine dolore, o pain, si
applica alla sofferenza fisica come a quella psichica. E’ comunque
opportuno, per motivi pratici, distinguere e trattare separatamente il dolore
fisico legato ad un danno organico ben individuato, e quello mentale, che ha
invece una connotazione eminentemente psichica. Questo documento intende riaffermare che la lotta al
dolore, inteso nel senso di malattia del corpo e della mente, rientra nei
compiti primari della medicina e della società. 1. Il valore della lotta contro il dolore Tra quanto è possibile e giusto fare per eliminare e
controllare il dolore fisico e quanto in pratica viene
fatto riscontriamo una vistosa differenza. Oggi abbiamo conoscenze adeguate
relative alla fisiologia del dolore. E soprattutto disponiamo
di molte metodologie di intervento – non invasive e invasive,
neurochirurgiche e psicologiche, oltre a tutta la gamma di terapie
farmacologiche – che permettono di combattere il dolore in moltissimi casi. A questa capacità viene
attribuito dalla nostra cultura un valore altamente positivo. Alla legittimità
culturale ed etica riconosciuta alla lotta contro il dolore risponde
l’inserimento delle azioni rivolte a tale fine tra le priorità del servizio
sanitario pubblico. Il Piano sanitario nazionale per il triennio 1998-2000, che
si propone come un "patto di solidarietà per la
salute", individua l’assistenza alle persone nella fase terminale della
vita tra gli obiettivi da privilegiare. Nell’ambito del quarto obiettivo –
"Rafforzare la tutela dei soggetti deboli" – il Piano indica
l’assistenza alle persone affette da patologie evolutive irreversibili, per le
quali non esistono trattamenti risolutivi. Nell’ambito del patto di solidarietà,
la sanità pubblica si impegna a fornire a queste
persone «un’assistenza finalizzata al controllo del dolore, alla prevenzione e
cura delle infezioni, al trattamento fisioterapico e al supporto psicosociale».
Tra le azioni da privilegiare il Piano individua l’erogazione
di assistenza farmaceutica a domicilio tramite le farmacie ospedaliere e il
potenziamento degli interventi di terapia palliativa e antalgica. Occorre ricordare che la lotta contro il dolore
appartiene all’intera storia della medicina. A metà del secolo XIX si è
sviluppata l’anestesia con etere e cloroformio, ulteriori
traguardi sono stati raggiunti con l’impiego di cocaina, morfina e loro
derivati. Successivamente sono stati approntati
farmaci più efficaci contro il dolore e si è provveduto a curare il sintomo
come prioritario e come male in sé. La psicoterapia, la psicoprofilassi al parto,
l’agopuntura e altre tecniche sono state anch’esse utili ad eliminare la paura
e l’ansia legata ad esso. Eppure la lotta contro il dolore è gravata
in Italia da molte insufficienze. Rispetto agli indicatori stabiliti dall’OMS
per valutare se un paese sta di fatto attuando
un’analgesia efficace – consumo di farmaci oppiacei, in particolare la morfina
- l’Italia occupa uno degli ultimi posti in Europa, anche a causa di norme che,
introdotte a suo tempo per limitare l’uso e l’abuso di sostanze stupefacenti,
hanno ostacolato la prescrizione e l’impiego di farmaci antalgici efficaci (in
particolare gli oppioidi), fino ai sostanziali cambiamenti introdotti dalla
recente legge 8 febbraio 2001, n.12, "Norme per agevolare l’impiego dei
farmaci analgesici oppiacei nella terapia del dolore". L’attenzione sbilanciata da parte della medicina agli
obiettivi della cura e della guarigione rispetto alla palliazione e
all’alleviamento del dolore e delle sofferenze causate dalle patologie è un
fenomeno molto diffuso a livello mondiale. Il Rapporto dello Hastings
Center – Gli scopi della medicina: nuove priorità, 1997 – rileva che
«l’alleviamento del dolore e della sofferenza è uno dei più antichi doveri del
medico e un obiettivo tradizionale della medicina. Sennonchè in tutto il mondo la medicina contemporanea non soddisfa in modo
adeguato questo suo compito. Per molti anni diversi studi hanno mostrato che i
medici intendono e perseguono l’attenuazione del dolore con gradi di efficienza molto vari. Interventi inadeguati o impropri
di mitigazione del dolore sono ancora molto comuni». 2. Evoluzione dei codici deontologici Gli orientamenti bioetici e le nuove prospettive morali
della medicina hanno influenzato in larga misura il pensiero medico ispirando
importanti cambiamenti nel codice deontologico della professione medica. A ciò
hanno anche contribuito i pareri più volte espressi dal Comitato Nazionale per
la Bioetica nei documenti pubblicati, tra i quali: Parere del CNB sulla
proposta di risoluzione sull’assistenza ai pazienti terminali (6 settembre
1991), Bioetica e formazione nel sistema sanitario (6 settembre 1991),
Informazione e consenso all’atto medico (20 giugno 1992), Questioni bioetiche relative alla fine della vita umana (14 luglio 1995). L’evoluzione del codice in tema di terapia del dolore si è sviluppata a partire dal codice di
deontologia medica approvato dalla Federazione Nazionale degli Ordini dei
Medici Chirurghi e degli Odontoiatri il 15 luglio 1989. L’art. 44, capo V,
prevedeva l’obbligo per il medico, "in caso di malattie a prognosi
sicuramente infausta e pervenute alla fase terminale", del rispetto della
volontà del paziente, dovendo la sua opera limitarsi
"all’assistenza morale e alla terapia atta a risparmiare inutile
sofferenza, fornendo i trattamenti appropriati e conservando per quanto
possibile la qualità di una vita che si spegne". Tale concetto veniva ripreso
con maggior vigore dall’art. 14 nella edizione del codice deontologico del 24
giugno 1995: "I trattamenti che comportino una diminuzione della
resistenza fisica o psichica del malato possono essere attuati previo
accertamento delle necessità terapeutiche, al fine di procurare un concreto
beneficio clinico al paziente o di alleviarne le sofferenze". Significativi passi avanti sono stati compiuti con l’ultima edizione
dell’ottobre del 1998. Il capo V dopo aver premesso che "Il medico, anche su richiesta del malato, non deve effettuare né favorire
trattamenti diretti a provocare la morte" (art.36), affronta il tema
dell’assistenza al malato inguaribile: "In caso di malattia a prognosi
sicuramente infausta e pervenuta alla fase terminale, il medico deve limitare
la sua opera alla assistenza morale e alla terapia atta a risparmiare inutili
sofferenze, fornendo al malato i trattamenti appropriati a tutela, per quanto
possibile, della qualità della vita. In caso di compromissione dello stato di coscienza, il medico deve proseguire nella terapia di
sostegno vitale finché ritenuta ragionevolmente utile" (art.37). L’art. 14 vieta l’accanimento
diagnostico-terapeutico, mentre l’art.15 ammette che "i trattamenti che
comportino una diminuzione della resistenza vitale possono essere effettuati al
fine di procurare un vantaggio al paziente e alleviarne le sofferenze". Ai sensi dell’art. 20, II° comma, "Il medico non
può abbandonare il malato incurabile ma deve continuare ad assisterlo anche al
solo fine di lenirne la sofferenza fisica e psichica". In definitiva il codice deontologico italiano ha fatto
una scelta irreversibile, nel rispetto della volontà del paziente, escludendo
terapie sproporzionate rispetto alla necessità e tutela della dignità della
persona, cui va assicurata la sedazione del dolore. L’attuale codice deontologico della professione
infermieristica si ispira ai medesimi principi con
importanti cambiamenti che si registrano nell’evoluzione dei codici: mentre la
versione del 1977 indicava come dovere dell’infermiere quello di aiutare il
paziente a "sopportare la sofferenza", nella recente versione del
codice del 1999 viene indicato come dovere quello "di attivarsi per
alleviare i sintomi, in particolare quelli prevenibili" della malattia
(art. 4-14), tra i quali ha un ruolo prevalente il dolore. 3. Orientamenti legislativi In questo contesto il CNB
ritiene opportuno proporre una sua raccomandazione affinché la pratica medica e
infermieristica si adegui all’imperativo di dare una risposta efficace ai
malati che sono afflitti da dolori, in particolare dal dolore che accompagna la
fase terminale della vita. In questo ambito, affinché la
terapia del dolore diventi una realtà concreta e diffusa sono necessari
orientamenti legislativi, clinici, educativi. La legge che rende più facile la prescrizione di
morfina e di altri farmaci contenenti oppioidi, in
vigore dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del 6 marzo 2001, ha
avuto soprattutto la funzione di abolire alcuni vincoli instaurati dalle norme
precedenti (in particolare il DPR 709 del 1990, nel quale venivano accomunate
le norme per l’impiego di farmaci antalgici e l’azione repressiva nei confronti
del mercato illegale delle sostanze d’abuso). Il disposto della legge deve
essere ora reso operativo, in particolare attraverso il coinvolgimento dei
medici. Come già richiedevano alcune associazioni impegnate nelle cure
palliative in una lettera aperta del febbraio 1998 al Ministro della Sanità,
sarebbe fortemente auspicabile, anche in mancanza di
indicazioni specifiche nella recente legge, che il possesso del ricettario
ministeriale divenisse comune a tutti i medici di medicina generale
convenzionati. Dal punto di vista della programmazione sanitaria, per
superare le attuali lacune, si dovrà porre particolare attenzione a far entrare
la terapia del dolore nei "livelli essenziali e uniformi di assistenza" (previsti dalla legge 229/1999 – riforma
sanitaria ter). Si tratta delle prestazioni sanitarie che tutti hanno il
diritto di ricevere, in quanto prestazioni utili,
scientificamente provate e compatibili con il sistema di finanziamento in
vigore. La Conferenza Stato-Regioni dovrà definire sul piano operativo tali
orientamenti e aggiornarli in forma continuativa. Dal
momento che dal 2001 il Servizio sanitario nazionale è sostanzialmente
modificato – in quanto la delega della sanità è
attribuita alle Regioni attraverso il federalismo – è possibile che si
introducano inaccettabili disuguaglianze nell’erogazione delle prestazioni
terapeutiche. Già oggi, purtroppo, il Servizio sanitario nazionale è
caratterizzato da tali disuguaglianze sia tra aree regionali, sia tra classi
sociali. È eticamente inaccettabile che si aggiungano disuguaglianze
nell’accesso alla terapia del dolore, che dovrà essere assicurata
a tutti gli assistiti, con caratteristica di gratuità. 4. Aspetti della terapia del dolore Il controllo del dolore ha diversa rilevanza nelle
varie situazioni cliniche. A parte l’indicazione frequente nella fase terminale
della malattia e in altre situazioni di malattie croniche, degenerative o non
degenerative, è opportuno tener presente anche altre
condizioni cliniche, meno estreme. Oltre al dolore che accompagna la
conclusione della vita, considereremo il dolore acuto post-operatorio, il
dolore da parto e il dolore in pediatria. · Il dolore nella fase terminale della vita La sofferenza alla fine della vita è psichica, sociale,
spirituale, oltre che fisica; per questo il dolore è definito
"totale". I dolori aumentano spesso in numero e intensità man mano
che la morte si avvicina. La risposta appropriata sono
le cure palliative, il cui primo obiettivo è il sollievo del dolore, che, pur
non essendo né il più frequente né il più grave dei sintomi del malato
terminale, è quello che sappiamo curare meglio. Purtroppo, benché disponiamo di mezzi idonei, i malati continuano spesso a sperimentare
un dolore evitabile e non voluto; anzi, percepiscono se stessi come vittime di
una doppia sofferenza: patiscono gli effetti del dolore sul corpo, sul sé e
sulla vita sociale, e in più subiscono lo sguardo indagatore e incredulo di
chi, a volte, considera quel dolore irreale, esagerato, manifestato in modo
eccessivo. Sono state analizzate almeno tre cause a spiegazione
del pregiudizio e della disattenzione nei confronti di questi malati. La prima
è il valore attribuito alla rassegnazione verso la sofferenza. Il procrastinare
la prescrizione della terapia del dolore fino alla grave sofferenza del malato
può essere dovuto non solo all’ignoranza dei principi
fondamentali della terapia antalgica, ma anche all’idea di somministrare o
prendere farmaci solo quando il dolore è insostenibile, il che implica che la
sofferenza abbia qualche valore positivo. Tale riconoscimento non può avvenire,
comunque, per decisione unilaterale del medico. La seconda causa è la diversità della stima di molti
professionisti rispetto all’intensità del dolore, in
confronto a quella dichiarata dal malato. La terza causa è legata alla scarsa
integrazione nel sistema sanitario di tutto ciò che cura il sintomo, pur senza
curare la malattia, e all’idea che solo i risultati positivi
in termini di guarigione o di controllo della malattia sono da valutare come
autenticamente medici, anche dal punto di vista dell’impegno economico. Esiste una tendenza generale, che riguarda la grande maggioranza degli ospedali, di delegare a competenze
specifiche - quasi sempre gli anestesisti - la terapia del dolore. Ne discende
una notevole difficoltà nell’organizzare le risposte alle richieste di terapia
specifica e la progressiva deresponsabilizzazione di tutti gli altri medici, a
riprova della frequente assenza di un impegno complessivo dell’organizzazione
sanitaria. Quest’ultima tendenza può avere anche relazione con la scelta di atteggiamenti "difensivi" che possono essere
utilizzati dai medici per evitare possibili conseguenze medico-legali causate
dalla scelta di somministrare farmaci analgesici con potenziali effetti
collaterali pericolosi. I malati terminali devono potersi giovare di
trattamenti analgesici ormai facilmente disponibili, efficaci e poco costosi,
che hanno effetti rapidi e prevedibili. Solo nel caso di un loro fallimento si
possono proporre trattamenti invasivi che bloccano il passaggio dello stimolo
doloroso lungo le vie nervose mediante tecniche chirurgiche, elettriche o
anestesiologiche. Le obiezioni principali ai metodi invasivi sono la gravosità
quando causa ulteriori sofferenze, la sproporzione
rispetto all’obiettivo da raggiungere, l’alto costo. E’ altresì necessaria
un’approfondita riflessione bioetica verso la richiesta di trattamenti anche
quando essi non diano la risposta rapida del farmaco -
come il rilassamento, il massaggio, la riabilitazione posturale - o verso altri
interventi non convenzionali il cui effetto potrebbe essere percepito dai
malati terminali come benefico. La storia naturale dei tumori maligni, dell’AIDS e di
molte malattie del sistema cardiovascolare, respiratorio e nervoso evolve
spesso in una fase terminale. Tuttavia, una buona cura della fine della vita è
possibile e la morte dolorosa è evitabile. È necessario diffondere la cultura
delle cure palliative e degli hospice. Quando le prospettive di guarigione sono
escluse e la vita del malato si approssima alla fine, l’obiettivo principale
della medicina diventa l’assistenza globale al
paziente, nel cui ambito è prioritaria la terapia del dolore. · Dolore post operatorio La terapia analgesica in fase post-operatoria rientra
nel progetto "Ospedale senza dolore", il quale nasce dalla
constatazione che il dolore susseguente agli interventi chirurgici spesso viene trascurato nelle strutture sanitarie. Nella fase post-operatoria il dolore costituisce una
situazione di forte disagio fisico per il paziente, anche se limitato nel
tempo. La sedazione di questo dolore viene spesso
elargita con eccessiva parsimonia. Inoltre è lasciata
a prescrizioni generiche spesso non calate nelle singole situazioni, mentre
oggi è possibile con gli intrafusor ottenere un ottimo controllo personalizzato
del dolore. Nonostante si stimi che il dolore possa essere abolito, o almeno
ridotto ad un’intensità tollerabile, recenti dati statistici riportano che
negli ospedali italiani circa il 50% dei degenti soffre per dolore non
controllato. Progetti per realizzare l’"ospedale senza
dolore" sono stati elaborati in vari Paesi europei ed americani e
consistono nella trasformazione graduale degli ospedali esistenti in strutture
dotate di un efficace sistema di monitoraggio e terapia del dolore, piuttosto
che nella creazione di ospedali ad hoc. Un progetto su
scala nazionale è stato messo a punto in Francia dove,
nell’ambito del piano 1998-2000 di lotta contro il dolore, il Ministro della
Sanità ha diramato direttive a tutti gli ospedali perché vengano attuate
precise misure per combattere il dolore
(www.sante.gouv.fr/douleur/2-lutte/34_980307.htm). Recentemente anche il Ministro della Sanità italiano ha
riunito una Commissione con il compito di studiare le modalità
per andare verso "l’ospedale senza dolore", che si auspica possa
preludere al lancio di un simile progetto anche nel nostro Paese. Un progetto internazionale "verso l’ospedale senza
dolore" viene attualmente coordinato
dall’associazione "Ensemble contre la douleur" (www.sans-douleur.ch)
in diversi Paesi europei ed in Canada. In Italia, dopo le prime esperienze
condotte all’ospedale di Vicenza ed in due strutture oncologiche milanesi (Istituto
Nazionale dei Tumori e Istituto Oncologico Europeo), lo scorso anno un primo
gruppo di ospedali di varie regioni ha iniziato
l’attuazione del progetto in modo uniforme e coordinato (vedi pagina italiana
in www.sans-douleur.ch). E’ da precisare che un progetto di questo tipo deve
avere una durata di svolgimento piuttosto lunga, dato che si tratta di
modificare atteggiamenti radicati nella pratica medica. Deve inoltre articolarsi in varie fasi: rilevazioni statistiche,
formazione degli operatori, elaborazione di protocolli di attività, verifica
dei risultati. · Il dolore nel parto Per quanto attiene al problema del dolore nel parto, il
CNB torna, per ampliarle, sulle considerazioni del precedente documento
Gravidanza e parto sotto il profilo bioetico (aprile 1998). In quella sede il
CNB aveva rilevato che, nonostante le chiarificazioni teoriche, rintracciabili
anche nella dottrina della Chiesa cattolica, che hanno
escluso un vincolo etico tra parto e dolore della donna, non c’è stato un
adeguato riscontro nella pratica, che continua a essere lontana dalla
promozione del "parto indolore". Nel documento del 1998 ci si
limitava a riportare il confronto tra due linee di pensiero, senza le
considerazioni di carattere medico e bioetico a esse
sottostanti: da un lato ci sono coloro che ritengono la sofferenza da parto una
componente inscindibile dell’evento nascita (che può essere attenuata con
interventi di preparazione al parto), dall’altro coloro per i quali una vera
umanizzazione della nascita non può ottenersi in presenza della sofferenza e
del dolore, per cui auspicano l’impiego della moderna analgesia ostetrica
attualmente penalizzata da un’insufficiente organizzazione ospedaliera. Data la specificità del presente documento
sull’analgesia del parto e vista la letteratura sull’argomento che riporta dati
sempre più numerosi, si è ritenuto di ampliare le riflessioni sul tema. In
realtà, la compatibilità di queste tecniche analgesiche con un parto naturale e
spontaneo, l’efficacia della sedazione del dolore realizzata con anestesia
epidurale, la diffusione sempre più ampia di questa
modalità di partorire (70% nel Regno Unito ed in Francia contro il nostro
15-20%), la razionalizzazione delle metodiche, il grado di sicurezza che
offrono per la madre e per il neonato (i rischi sono prevalentemente imputabili
ad una prassi non corretta) autorizzano a considerare questo tipo di analgesia
applicabile, efficace ed accettabile pur con i rischi che sono propri della
medicina e delle applicazioni conseguenti, non esclusi quelli di tipo
organizzativo che si auspica vengano superati. I processi culturali in atto fra le donne sono
orientati per un verso contro la medicalizzazione di un atto naturale come il
parto, e, per l’altro, ad evitare, attraverso l’intervento analgesico, il dolore.
La decisione di quale strada intraprendere deve essere riservata ad ogni
singola donna sulla base di un’informazione corretta
sui vantaggi, i rischi e le possibilità delle due soluzioni. Il dolore del parto ha caratteristiche del tutto
peculiari perché si verifica in un organismo sano, ha
una sua durata, dopo di che ritorna il benessere e sopravviene la
gratificazione della nascita. Di fronte alla scelta di come
partorire ci sono donne che preferiscono assecondare il processo naturale del
nascere nella sua completezza accettandone anche la parte dolorosa.
All’interno di questa scelta, viene fatto rilevare
che, se è vero che il controllo del dolore può rendere il travaglio e il parto
più gestibili da parte della donna e più pensabile, esprimibile, comunicabile e
condivisibile la sua esperienza, è anche vero che questo dolore può avere una
connotazione altamente positiva. Si tratta infatti di
una sofferenza particolare: dotata di elementi vitali, di componenti
passionali, di significati culturali di lunga durata. Essendo chiaro che esistono diverse e giustificate
possibilità di scelta, per quel che attiene le modalità
del parto, è raccomandabile che le gestanti, prima di scegliere le modalità con
cui intendono mettere al mondo il loro bambino, siano non solo informate ma
anche debitamente sensibilizzate sulla portata delle loro opzioni, sui loro
rischi e sulla loro praticabilità. Per molte donne comunque il
dolore del parto è un grosso scoglio da superare, un passaggio che assorbe
molte energie limitando le possibilità di una partecipazione più concentrata e
serena all’evento, partecipazione che costituisce l’optimum da realizzare per
le vie più varie. L’analgesia (come peraltro ogni preparazione al parto),
per realizzare al meglio questo fine, dovrebbe però far parte di un programma di assistenza alla gravidanza che si propone una visione
globale del nascere e non porsi come un evento isolato, "scarsamente
informato", che viene proposto in sala parto. Con questa visione più ampia il ricorrere alla sedazione
del dolore del parto non si porrebbe come alternativa
al parto naturale, ma come mezzo che la medicina offre per compiere una libera
scelta e per realizzare con la sedazione del dolore un maggior grado di
consapevolezza e di partecipazione all’evento. La realizzazione di tale
progetto richiede una mobilitazione su vari piani. Quello che attualmente si fa è
lasciato alla buona volontà delle strutture nelle sue varie componenti: non
esiste infatti, per questo tipo di assistenza alcun incentivo di natura economica
né per le Aziende ospedaliere né per gli Anestesisti. I servizi come numero di
personale coprono le attività essenziali, laddove sarebbe necessario per
realizzare un’analgesia 24 ore su 24 un servizio di Anestesia
Ostetrica a tempo pieno. Il diritto della partoriente di scegliere un’anestesia
efficace dovrebbe essere incluso tra quelli garantiti a titolo gratuito nei
"livelli essenziali di assistenza". · Il dolore in pediatria La medicina del passato ha spesso ignorato o
sottovalutato il dolore del neonato. Alcune pubblicazioni concernenti lo
sviluppo neurologico del feto e del neonato, apparse su riviste scientifiche
degli anni ’40-50, concludevano che la risposta
neonatale agli stimoli dolorosi non fosse di tipo corticale e che quindi non
venisse percepita la sensazione dolorosa. Ancora più fondata era ritenuta
l’idea che nel neonato non potesse restare traccia
mnestica delle esperienze dolorose, che anzi il suo sistema adattativo era tale
che l’ "insensibilità" lo proteggesse dall’intensa sofferenza al
momento del parto. Il risultato di tale concezione è stato, in passato, una
pratica assistenziale che non prevedeva la
somministrazione di analgesici in occasione di pratiche invasive, comprese
quelle chirurgiche. Studi fondamentali sul dolore neonatale hanno portato
alla raccomandazione, da parte dell’American Academy of Pediatrics, che tutte
le procedure invasive e dolorose sui neonati, compresi quelli pretermine, e sui
bambini dovessero essere praticate dopo un’analgesia e
anestesia appropriata. La documentazione di un inadeguato trattamento del
dolore nei bambini ha portato alla realizzazione in altri paesi di unità operative e servizi che si dedicano specificamente
alle necessità dell’età pediatrica. Questi servizi sono gestiti in modo interdisciplinare: pediatra, anestesista, infermiere e
psicologo. Nella letteratura internazionale sono emerse alcune
importanti acquisizioni scientifiche che devono orientare l’assistenza: nel
neonato il sistema neuroanatomico e neuroendocrino sono
sufficientemente maturi per la percezione di qualsiasi stimolo doloroso;
l’esposizione a sensazioni dolorose intense può favorire l’incremento di
morbosità neonatale; i bambini che hanno avuto esperienze di dolore nel periodo
neonatale reagirebbero in maniera più stressante a eventi dolorosi nelle età
successive; è necessario addestrarsi a saper cogliere e valutare i
comportamenti derivanti dalla sensazione di dolore nel neonato; l’assenza di
risposte evidenti agli stimoli dolorosi (compresi il pianto e l’agitazione) non
indica necessariamente l’assenza di percezione del dolore. E’ ormai accertato
che un’analgesia incompleta può causare effetti negativi sul comportamento a
lungo termine. Inoltre risulta che interventi
confortevoli nei confronti di neonati pretermine nelle unità di terapia
intensiva riducono lo stress e favoriscono un migliore esito clinico. La conoscenza dei comportamenti e dei cambiamenti
fisiologici del bimbo correlati con il dolore è anche
essenziale perché si possa riconoscerlo. L’approccio generale
al controllo del dolore nel bambino dovrebbe comportare: 1) sapere che il
neonato prova dolore (ciò che fa male ad un adulto fa male al neonato); 2)
prestare attenzione a comportamenti che possono essere segno di disagio; 3)
minimizzare gli stimoli nocivi (procedure dolorose, manovre); 4) usare
anestesia locale per procedure, come drenaggi toracici, puntura lombare,
aspirato midollare. 5. Orientamenti formativi Il cambiamento di cultura riguardo al controllo del
dolore richiede interventi tanto sul versante degli operatori sanitari, quanto
sull’insieme della popolazione. I sanitari sono tenuti ad acquisire e a tener
conto del punto di vista del paziente – i suoi valori,
le sue preferenze, la sua concezione della vita e della salute – nelle
decisioni cliniche. La quantità dell’impegno antalgico, considerata in rapporto
con le limitazioni che può comportare per la coscienza e per la stessa durata
della vita, va valutata alla luce dell’idea di "qualità della vita"
che ogni persona ha il diritto di formulare per sé. Favorire la consapevolezza
e la responsabilità nei confronti della richiesta della terapia del dolore
costituisce una dimensione essenziale nella promozione dei
diritti umani, anche in condizioni di malattia e di bisogno. La terapia del
dolore, in altre parole, fa parte integrante di ciò che una persona può e deve
aspettarsi dalla medicina e dai servizi sanitari. In questa prospettiva, il diritto ad avere una terapia
antalgica efficace è solo un elemento di una strategia più ampia, che è necessario promuovere. Dare voce al dolore, facendone
oggetto di comunicazione nel contesto del rapporto
clinico, è una fondamentale strategia antalgica. Anche
le spiegazioni religiose e mitiche del dolore, che tutte le culture hanno
elaborato, e gli esempi su cui modellare il proprio comportamento col dolore
possono completare l’azione dei farmaci. La risposta medica al dolore si integra con quella culturale, di cui costituisce una
parte. |